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Lontani, almeno per un po’

by Giada Lopresti

Nelle ultime tre settimane mi sono sentita porre spesso la domanda “ma perché non vai a Torino da tuo marito?” E altrettanto spesso mi è capitato di pensare che molto probabilmente la risposta a questa domanda non fosse così scontata come invece ho sempre creduto.

Tante e forse troppe volte ho provato a cercare la giusta soluzione. Quella soluzione che avrebbe accontentato tutti permettendo al nostro equilibrio familiare non solo di non incrinarsi, ma di far sì che continuasse a godere della nostra normale quotidianità. 

Ho studiato decine di soluzioni, alternative e possibilità.
Ho preso carta e penna nella speranza che mettendomi a fare due conti valutando soprattutto il lato economico di questo enorme cambiamento, mi sarei concessa il tentativo di non separarci.

Due case, “due famiglie” e spesse doppie non sono certo da sottovalutare.

Eppure nonostante il pensiero di vivere lontana da mio marito mi stringesse lo stomaco e nonostante il saperlo solo senza di noi e soprattutto senza poter abbracciare i bambini ogni giorno al suo rientro dal lavoro, ho creduto abbiamo creduto che purtroppo vivere lontani fosse soprattutto per loro la “scelta migliore”. 

Se fossimo stati solo io e lui le cose sarebbero sicuramente state molto diverse.

Se fossimo stati solo io e lui con molta probabilità non avrei nemmeno atteso il suo rientro a casa dal colloquio. Avrei chiuso la valvola dell’acqua, quella del gas, spento l’interruttore della luce, preso quattro vestiti messi alla rinfusa in valigia e senza voltarmi indietro pur di raggiungerlo sarei partita anche a piedi.
Ma a mente lucida e soprattutto dopo aver vagliato tutte le opzioni, abbiamo capito di avere tre valide motivazioni per il quale sarebbe stato meglio attendere. I nostri figli.

A nostro malincuore nonostante non voglia dare a loro la colpa, i nostri tre bambini sono la motivazione per il quale noi quatto ci ritroviamo ancora a Bagnara mentre mio marito, da solo, vive a 1400 km da noi.

Dopo averne parlato davvero molto a lungo sia io che Salvo non ce la siamo sentita di privare i nostri bambini del momento magico dell’estate. Loro che vivono in un posto di mare e che vedono e possono godere di questo luogo nel miglior periodo dell’anno tra gioco, spiagge e nuovi amici, non avrebbero dovuto rinunciare a questi splendidi momenti d’infanzia “solo” per una esigenza di mamma e papà.

Senza contare che partire così all’improvviso, per mio marito, ha significato doversi adattare nell’essere un “ospite” a casa di parenti a lui cari nell’attesa di riuscire a trovare in abitazione adatta a lui e, di conseguenza, adatta a noi anche se per poche sporadiche visite.
Abitazione che quasi un mese dopo, tra le altre cose, si fatica terribilmente a trovare. E ospitare cinque persone di cui tre sono bambini dove il più grande deve ancora compiere cinque anni ammettiamolo, è una gran rottura di palle.

Oltre al discorso estivo, mare e sole (che francamene tra tutti i “mali” è il minore) quello che ci ha frenato e che mi ha particolarmente frenato è stato il discorso scolastico.

Cesare quest’anno frequenterà il suo ultimo anno di asilo mentre Vincy inizierà il suo primo.

Due bambini che per quanto se ne combinino di cotte e di crude vivono in una simbiosi invidiabile. Una simbiosi dove Vincy si è trasformato nella brutta e bella versione copia/incolla del fratello maggiore.
Ripete ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni gioia e ogni malincuore. Se il fratello vuol fare una cosa la fa anche lui ma se malauguratamente si lamenta, in casa si rischia di sfiorare una tragedia collettiva.

Ed è stato questo a spaventarmi.

Mi sento più tranquilla nel sapere Cesare nella sua classe, in compagnia dei suoi amichetti e delle sue maestre. Insieme a volti conosciuti e che ormai per lui sono non sono sinonimo di tranquillità ma anche di certezza.
E se qualcuno pensa di poter dire “ma i bambini si sanno adattare molto velocemente”, per esperienze che mi porto dietro fin dall’infanzia, posso dire con assoluta certezza che non è così.

Un nuovo asilo (che non credo nemmeno di poter trovare in pieno agosto), in una città che non conosciamo, con nuove persone, nuovi compagni e nuove abitudini era per me impensabile.
Anche se avessi già avuto una casa e trovato in contemporanea una struttura idonea, avrei comunque scelto di rimanere qui. In questo posto da dove, ricordo, sono anni che vorrei andar via.
Avrei scelto di rimanere in ogni caso perché la possibilità che Cesare non possa ambientarsi esiste. Esiste come è viva la possibilità che anche Vincy possa vivere male il cambiamento di riflesso a suo fratello.

Ma perché questo dovrebbe succedere?

Perché quando ero in seconda elementare si trasferì da noi una bambina calabrese. Una bambina dal forte accento calabrese e che, proprio per questo, è stata spesso emarginata e presa di mira tra scherzi di cattivo gusto e prese in giro.
Una vittima di quello che oggi un genitore o un qualsiasi insegnante chiamerebbe con il suo orrendo termine: bullismo.

Ricordo ogni lacrima di quella bambina.

Ricordo il suo stare male e il suo vivere la scuola come un incubo segregata in un ambiente che non solo non le apparteneva ma che le remava contro in continuazione. Sono passati circa 25 anni da allora ma, per me, è come se fosse accaduto solo oggi.

Allora non si parlava di bullismo come oggigiorno, eppure esisteva. E se c’è anche solo una remota possibilità che possa accadere anche a mio figlio, perché non attendere che tutto si stabilizzi facendo sì che concluda la sua avventura scolastica nel migliore dei modi insieme ai suoi amici per poi voltare pagina con l’inizio della scuola dell’obbligo?

Obbligo si. Perché se per un qualsiasi motivo dovesse accadere qualcosa di simile a quella mia ex compagna di classe e mi chiedesse di non frequentare l’asilo, scolasticamente parlando non ci sarebbero problemi ma se un esperienza anche solo lontanamente simile a quella dovesse in qualche modo impedirgli di voler frequentare la prima elementare come potrei fare?

Sono ipotesi forse azzardate. Ma probabili esattamente come probabile è che non accada nulla. E io non me la sento di rischiare.

Tra un solo anno dovrebbe comunque voltare pagine e forse, a quel punto, il dove lo farà potrebbe avere meno importanza.

È ovvio che le probabilità che domani possano comunque accadere episodi come questi, siano uguali a quelle di oggi. Ma i bambini euforici al pensiero di vivere una nuova avventura vengono portati a restare più uniti.
Sarà una novità per lui ma anche per i suoi futuri amici che, come lui, non conosceranno nessuno volendo così legare tra loro scoprendosi dal principio e iniziando una nuova avventura insieme.
E il non vivere male questa esperienza per Cesare, farà sì che anche Vincy potrà vivere serenamente ogni cambiamento.

Non ho certezze. Nessuno le ha, ma è innegabile che tutte queste attenzioni e sacrifici siano la scelta migliore per tutti noi. 

Il discorso più importante però rimane comunque il fatto che, come ormai di questi tempi è purtroppo “normale”, siamo speranzosi che questa nuova avventura ci porti a vivere una maggior stabilità economica e lavorativa soprattutto per mio marito.
Partire così all’improvviso senza avere questa solida e necessaria base sarebbe da incoscienti non solo per noi ma anche per i nostri bambini. 

Soprattutto per i nostri bambini. 

Non nego che se fosse stato per me, sarei partita d’impulso lasciando tutto e tutti. Una partenza all’avventura e al “come va va’” senza programmi a lungo termine e vivendo alla giornata. Ma una volta rinsavita da quello sfuggente, assurdo e rapido pensiero, ho pensato che quando si hanno dei figli, indipendentemente dalla loro età, andrebbero vagliate attentamente tutte le opzioni cercando di trovare quella non solo più adatta alla situazione ma che possa essere la meno sofferta sotto tutti i punti di vista.

È vero, i miei figli non hanno reagito bene all’assenza del papà e i problemi che abbiamo attraversato e che stiamo cercando di superare sono  in cima alle vetta della montagna mentre noi stiamo ancora solo scalando la base, ma in sole tre settimane grazie al poter vivere il loro ambiente, grazie alle giornate in spiaggia e alle persone che ci vogliono bene, stanno “superando” giorno dopo giorno questa assenza trasformandola in qualche modo in qualche cosa di normale.

Per ogni cosa serve tempo e questa partenza del papà non è certamente da meno. Per come però è iniziato tutto e per come viviamo le cose oggi sono sempre più convinta che, almeno per loro, questa sia stata al momento la soluzione migliore.
Io e mio marito ci siamo semplicemente adattati a questo. Convinti che in qualche modo, in un prossimo futuro, faremo il possibile per recuperare tutto quello che insieme ci siamo persi.

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1 comment

Baby Jogger Select Lux anche in versione tri-fratellare | MammaCheVita 25 Agosto 2017 - 14:36

[…] adesso che, da sola, sono costretta a dover gestire il tutto in assenza di colui con il quale ero abituata a dividermi […]

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