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Conclusioni

by Giada Lopresti

Tutto è iniziato circa un anno fa. Giorno più giorno meno.
Ricordo quel giorno come se non ne fossero passati 365 e di quei momenti ne ho memoria davvero ogni attimo: dalle forti e contrastanti emozioni provate, alle lacrime che ancora oggi non saprei definire quali di gioia e quali di dolore.
Troppo poco tempo per capire e realizzare quanto la nostra vita sarebbe cambiata e troppo rischioso dire di no rifiutando un’offerta che ci avrebbe potuto rivoluzionare la stessa, anche se non avremmo mai potuto immaginare allora in quale modo. D’altronde il treno passa quasi sempre una volta sola.

Troppo poco tempo per immaginare quanto sarebbe stato difficile decidere di dividere la nostra famiglia nei due estremi più scomodi d’Italia, non tanto per la distanza quanto per la difficoltà di raggiungimento delle due parti. Più sotto ad un profilo economico che logistico.

Realizzare solo con il passare dei giorni, delle settimane e dei mesi, quanto la scelta presa, probabilmente, sarebbe potuta essere un’altra tra le tante pensate e scartate auto convincendosi, il più delle volte, che non avremmo potuto fare meglio di così. Per il bene di tutti.
Nonostante questo bene ci abbia messo sempre più spesso davanti ad ostacoli insormontabili, difficili e sofferti nelle scelte, negli umori, nello stare insieme.

Un anno, il nostro, attraversato facendo infiniti slalom tra un sorriso e una lacrima, tra incomprensioni e litigi e tra il desiderio che tutto questo avesse, alla fine, un solo scopo: avere un futuro migliore.
Un obiettivo che, dal giorno in cui tutto è cambiato (ed è cambiato molto di più di quanto avrei voluto in realtà), 365 giorni dopo vediamo ancora molto, molto lontano.

In un anno sono successe cose, molte cose e persino troppe.

Ma è nel momento esatto in cui è stato necessario mettere un punto, che queste stesse cose sono diventate reali davvero.
Reali e probabilmente non troppo belle come tanto avevo e avevamo sperato.
E questo punto messo all’improvviso come se fosse stato uno schiaffo in viso preceduto da una risata, uno di quelli che non ti aspetti e che non avresti mai preso in considerazione, ha fatto si che tutto si concretizzasse in molte più domande senza risposta di quelle poste quando tutto è iniziato.
Senza sapere che molte altre ne sarebbero arrivate portandosi dietro delle altre risposte fin troppo concrete, tanto da farti addirittura dimenticare chi in realtà sei.

Tre settimane.

Le ultime tre settimane sono state un susseguirsi di notizie che avrei evitato volentieri di conoscere. Un mondo che violentemente si è presentato – e ripresentato per certi versi – cercando di abbattermi facendomi cadere più e più volte dove per ogni volta, anche se ferita nel profondo, mi sono sempre rialzata.

Un periodo che in molti definirebbero importante tanto da segnarti dentro. Lo stesso che altri potrebbero valutare con una semplice conclusione: “poteva andare peggio”. Ed è su questa frase che mi sono fermata a riflettere davvero per la prima volta.

Cosa si intende per “poteva andare peggio“? Cosa vuol dire poter o dover prendere in mano una situazione e la sua importanza consapevole che c’è chi in quel momento potrebbe essere addirittura più sfortunato di te?
Io, che di questa frase ho spesso fatto la mia forza, ho invece semplicemente compreso che il “poteva andare peggio” non può esistere in nessuna occasione perché il proprio dolore e la propria sofferenza rimangono di chi è costretto a viverle e non di chi invece si ritrova a dover sopportare altro.

Nell’ultimo periodo ho visto persone soffrire davvero per problemi molto più grossi dei miei.

Soprattutto quando, ancora inconsapevole, mi chiedevo dove trovassero la forza e la positività per andare avanti.
Quelle situazioni che, pur non coinvolgendoti in prima persona, ti fanno sentire impotente e solidale verso qualcuno, ma che ti fanno anche capire quanto tu possa essere fortunata nella tua vita non perfetta ma pur sempre normale.

Poi scatta quella cosa. Scatta quel momento in cui troppe verità ti vengono schiaffate in faccia e dove ti ritrovi a dover rivedere te stessa e la tua vita senza un reale motivo di fondo. Un motivo che non vedi ma che forse da qualche parte c’è. Perché nulla, o quasi, succede mai per caso.
Ed è in quell’istante che capisci che la tua fortuna era solo aria fritta e che di reale, seppur nelle difficoltà, forse c’era davvero poco.

Sono state tre settimane dure da digerire per miriadi di motivi molto più importanti di quello che, probabilmente, ho raccontato a me stessa.
Sono state tre settimane che mi hanno svegliata di colpo da un sonno profondo e che mi hanno fatto pentire di molte di quelle scelte prese in quel luglio 2017. Un mese che credevo potesse essere l’inizio di una nuova speranza e che invece mi ha solo regalato una storia della quale avrei fatto volentieri a meno.

Programmi e sacrifici calcolati per interi mesi volatilizzati in soli sette giorni, una telefonata dopo l’altra.
Perché io e mio marito abbiamo vissuto principalmente di questo: di quella sofferente distanza che, sempre più di frequente, si è trasformata in incolmabile.

Perché se il primo pensiero da parte di entrambi è stato quello di cercare di stravolgere il meno possibile la vita dei nostri figli, io per prima non ho pensato a quanto sarebbe potuto essere difficile per noi due come coppia.

Il primo mese e mezzo fu il più complicato per i bambini.

Un mese che ha messo a dura prova le mie emozioni e il mio essere madre. Ribellione e capricci erano all’ordine del giorno ma a tutto ci si abitua e, fortunatamente o no, in qualche modo ci si è allenati ad una nuova vita anche se incompleta.
Superato quell’ostacolo ho quindi creduto potesse essere tutto in discesa. Sbagliando.

Ho capito infatti che l’amore non basta mai tanto quanto si crede.
Che vedersi una volta al mese, quando tutto va bene, non è una fortuna bensì una maledizione che ti fa strappare il cuore dal petto ad ogni saluto trasformando le pareti di casa in una prigione di solitudine.

Nonostante i bambini siano una gioia, nulla infatti potrà mai colmare quel vuoto che la sera è presente in quella parte di letto e che mese dopo mese pesa come un macigno sulle spalle. Un vuoto con il quale piano piano si fa amicizia, ma che sempre vuoto rimane.
Ed è solo quando te ne rendi davvero conto che le cose iniziano a cambiare: i rapporti si fanno più tesi, le discussioni più frequenti e quel feeling che ti lega a qualcuno inizia semplicemente a scomparire lentamente perché, volente o nolente, facendo la scelta di vivere due vite diverse e distanti le stesse diventano realmente così: lontane l’una dall’altra. Percependo il cambiamento in ogni cosa.

E se i primi mesi erano colmi di gioia e di entusiasmo nel contare i giorni che con sofferenza ti separavano da qualcuno, dopo le prime liti inutili e senza un fondo di reale importanza, tutto inizia a pesare.

La lontananza è deleteria. Sempre.

È deleteria nelle piccole cose ma in quelle grandi lo è ancora di più.
E nei mesi, ma mai come in quest’ultimo periodo, ho compreso quanto in tutto questo non centrassero i bambini; sfortunate vittime delle nostre scelte che, senza voce in capitolo, si sono semplicemente adattati a tutto. Riuscendoci almeno in apparenza, sempre grazie al tempo che ha saputo incidere su tutto questo.

Il non potersi guardare davvero negli occhi, il non potersi accarezzare, il semplice non poter stare l’uno al fianco dell’altra seduti e in silenzio insieme anche a molto altro, ha compromesso giorno dopo giorno i sacrifici fatti per anni. Gli stessi che ci hanno portato ad essere sempre più uniti e sempre più decisi che il desiderio di voler stare insieme sarebbe stato sempre più forte come un’ancora di salvezza.
Invece piano piano tutto si è incrinato.

La lontananza ha creato voragini di incomprensioni che a stento faceva si potessimo riconoscerci, nonostante all’apparenza potesse sembrare tutto normale. Soprattutto per noi.
Ci ha messo alla prova, mettendo a repentaglio tutto quello per cui per quasi undici anni abbiamo lottato e che ci siamo in qualche modo guadagnati facendoci vivere momenti di infinita gioia alternati da attimi di insofferenze e disarmonia. Probabilmente più i secondi che i primi.

Tutto ha preso una forma diversa con un sapore più aspro sino a spaccarsi senza che nessuno dei due se ne rendesse davvero conto fino a che, ormai lontani in tutti i sensi, non ci siamo riavvicinati per caso.

Perché la fiducia per l’altro è sempre stata li a pari passo del sentimento che si è provato ogni giorno.

Ho sempre creduto che l’amore e il forte sentimento per qualcuno fossero il pilastro per un rapporto.
Ho sempre pensato che in presenza di un’incontenibile passione niente sarebbe stato così forte da far si che una coppia si sgretolasse piano piano, perché l’amore vince su tutto. Ma questo succede nelle favole, perché la vita reale ha bisogno anche di altro.

La vita di ogni giorno ha bisogno di essere vissuta in compagnia di chi ami, nonostante ti venga richiesto altro dalla vita e nonostante le esigenze sembrano remare contro questa prospettiva.
La vita ti fa capire che di solo amore e di sola fiducia, certamente non puoi vivere.
Ed è solo dopo essersi persi davvero che ci siamo ritrovati.

Ritrovarsi davanti al fatto di aver compiuto sacrifici che non coinvolgevano solo una coppia ma tutta un’intera famiglia.
Una famiglia che ha vissuto la lontananza e i cambiamenti adattandosi alle circostanze spesso in modo obbligato e ritrovandosi undici mesi dopo, quegli undici mesi fatti di scelte impossibili e pieni di speranze, esattamente come il primo giorno in cui tutto è iniziato.

Iniziare con entusiasmo un progetto convinti di fare la scelta più giusta e convinti che ogni cosa verrà ripagata ritrovandoti invece con un pugno di mosche in mano. Perché tutto è nato a causa di una speranza chiamata lavoro.
Un lavoro che si sapeva sarebbe stato precario ma che nei mesi ci ha anche fatto sperare. Inutilmente.

Un lavoro che precario è nato e nello stesso modo cesserà di essere. Prima o poi.

E se ripenso alle vane speranze avute giorno dopo giorno, se ripenso a quella voglia di stare insieme frenata e giustificata dal “stiamo facendo la scelta più giusta perché tutto andrà per il meglio”, penso a quanto sia stata stupida ad illudermi.
Perché nessun lavoro- nessun lavoro – e nessun sacrificio può valere un rapporto che cambia in peggio.

E se tre settimane fa arrivava la prima batosta, esattamente sette giorni giorni si è presentata la seconda. Più importante e più distruttiva.

Ricordo tutto di quei sette giorni. Li ricordo perché tutto è ancora fresco e molto vivo e ricordo di aver pensato che tutto il mondo mi fosse crollato addosso.
Una sensazione che può specchiarsi facilmente in una frase: “ho perso ogni cosa”.
Tutto quello per cui ho e abbiamo lottato, tutto quello per cui ho e abbiamo sperato sono svaniti in un solo attimo. Il primo attimo di tanti alternato di volta in volta ad altri che non sono in grado di descrivere perché troppo volubili e velocemente mutati.

Però ricordo bene i fiumi di lacrime e le lunghe telefonate per cercare di recuperare me stessa e per capire cosa sarebbe stato più giusto per fare per noi.
Avevo buttato via un anno della mia vita ritrovandomi più indietro del punto di partenza. Uno dei fallimenti più epici avuti in trentatré anni su questa terra.

Ho avuto bisogno di riflettere e di arrabbiarmi. In primis con me stessa.
Ho avuto bisogno di solitudine anche nei confronti dei miei bambini perché riflettere su ogni momento sarebbe stato vitale per il nostro futuro. Ed egoisticamente non volevo più farmi condizionare dalla loro presenza.
Ho avuto l’esigenza di partire e vivermi come moglie per comprendere davvero cosa quest’anno mi avesse tolto, realizzando che fosse molto più di quello che avevo invece immaginato e capito nei mesi precedenti.

Ho capito che una famiglia, seppur in difficoltà, deve rimanere unita. Sempre.

Perché se ripenso ai soldi spesi in questi dodici mesi solo per poterci regalare degli attimi insieme, penso a quante altre cose avremmo potuto fare nello stesso arco di tempo e, quantificando a grandi linee il totale, probabilmente un mese e mezzo di vacanza negli Stati Uniti non ce l’avrebbe tolto nessuno.

Perché se penso a quanto davvero ci è costata questa lontananza, e non parlo solo in termini economici, forse molte cose non sarebbero successe e molte altre sarebbero andate in modo diverso.

Perché se filetto sul fatto che ci sono centinaia di persone che ogni giorno si trasferiscono e riescono a farcela, mi chiedo perché anche noi non avremmo dovuto riuscire nell’impresa. Nonostante l’ignoto e le moltissime domande ancora oggi senza risposta.

Ma una, di risposta, oggi ce l’ho. Almeno per quello che riguarda noi.

Cinque giorni insieme a mio marito, seppur senza figli, mi hanno fatto capire quanto essere una moglie e un supporto presente sia importante tanto quanto, se non addirittura di più, l’essere madre. Perché il disagio di una coppia si riflette sui figli. Sempre e comunque.
E noi, di disagi ne abbiamo dovuti affrontare e superare molti di più di quanti ne avevamo messi in conto. Davvero molti di più.

Disagi che ci hanno fatto cadere in baratri più scuri della notte e dai quali rialzarsi non è stato affatto facile perché mollare, sarebbe stata la scelta più ovvia ma soprattutto più sbrigativa e semplice. Anche solo per soffrire di meno.

Ma noi non siamo persone che mollano. Io, soprattutto, non lo sono mai stata.

E forse la scelta più dura, e che è la stessa che ancora grava su di noi, è stata proprio questa: reagire.

Reagire ad un lavoro che forse a breve non ci sarà più e che ci metterà davanti a prove difficili.
Reagire ad un rapporto che si è ritrovato, come ogni volta è stato, e che deve ricostruirsi insieme lasciandosi tutto alle spalle ancora una volta.
Reagire ad una famiglia stanca del non essere tale e che desidera solo tornare ad esserlo.

Se un anno fa era azzardato partire all’improvviso senza nessuna risposta certa ma comunque con qualche rada convinzione, oggi senza nessuna prospettiva positiva e sicura per il futuro la decisione è quella di provare comunque.
Provare a stare insieme nonostante i rischi perché è l’unica cosa che tutti e cinque vogliamo.
Lo vogliamo consapevoli che ogni giorno sarà pieno di incognite dalle più sciocche alle più importanti, dal come poter fare ad arrivare a fine mese al come gestirsi senza più quei pilastri importanti e presenti ogni giorno avuti fino ad oggi.

Farcela senza nonni, senza due stipendi sicuri, con una casa in affitto mai avuta prima, tre bambini, una piccola macchina e tante cose da incastrare tra loro da far quadrare in ogni momento.

Farcela con tutte le difficoltà che verranno e che inevitabilmente chi più chi meno ognuno ha.
Farcela trasferendoci tutti, a breve. Entro un mese da oggi nello specifico.

Cambiare vita era quello che ho desiderato negli ultimi nove anni. Ancor di più da quando sono mamma.

Ed è cambiata. Cavoli se lo è.

Ma quello che ho avuto non mi è mai bastato e nonostante possa sembrare folle partire senza nessuna certezza, oggi al contrario di un anno fa, sono fermamente convinta che sia la scelta migliore per tutti; per una famiglia di cinque persone e per una famiglia con una moglie e un marito definiti meglio con due nomi: Giada e Salvo.

Queste ultime tre settimane mi hanno aperto gli occhi su cose che mai avrei pensato e sperato di vedere e consapevole dell’incoscienza della nostra scelta, perché questo avrei pensato esattamente un anno fa “siamo due incoscienti“, sono certa che non avremmo potuto prendere decisione migliore.

Un anno di lontananza, almeno per noi, è stato più che sufficiente. Fin troppo se analizziamo tutto quello che abbiamo passato e che ancora dobbiamo superare.

Ma nonostante le difficoltà, le lacrime, le paure, le incomprensioni e gli scontri, abbiamo ritrovato noi stessi e se 365 giorni fa amavo mio marito dal profondo del mio cuore oggi, dopo tutto questo, ho compreso davvero che ogni giorno vissuto senza di lui, è in grado di lasciare un vuoto dentro difficile da descrivere.
Perché ne sono innamorata come il primo giorno e perché quando mi abbraccia, quando mi bacia o semplicemente quando è al mio fianco, sento ancora il petto prendere fuoco invaso da bellissime emozioni.

Quindi si: siamo pazzi, incoscienti, folli per molti versi. Ma l’unica cosa che realmente ha importanza, almeno adesso, è che abbiamo solo voglia di essere felici.
E avere un marito e un papà lontano da noi, non ci permette più di esserlo.

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