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Dal campo alla tavola

by Giada Lopresti

La nostra terra è un luogo che ha davvero tanto da offrire e, spesso, non riusciamo a rendercene conto.
Non riusciamo a realizzare come e quanto il nostro stivale abbia tanto da darci e, allo stesso tempo, da dare a tutto il resto del mondo.

Noi italiani siamo famosi per la pizza e per la pasta. Ma potremmo primeggiare in tantissimi altri campi alimentari se solo avessimo anche vagamente idea del lavoro che c’è dietro alle fasi di produzione di molti alimenti.
Alimenti non per forza da considerare come nel loro ultimo stadio prima di utilizzo. Alimenti che prima di essere tali nascono da un seme.
Un po’ come la canzoncina dell’albero che ci insegnarono da bambini e che, oggi, insegniamo noi ai nostri figli e nipoti.

Spesso anche io che non ho viaggiato moltissimo lungo tutto il nostro territorio, ma che ho comunque avuto modo di scoprirne bellezze culturali e alimentari che auguro a tutti di vivere, mi sono ritrovata catapultata con grande entusiasmo all’interno di scoperte che, sbagliando, davo per scontate.
Ripeto: sbagliando.

Aver avuto per una vita chi cucinasse per me e aver cercato di arrangiarmi alla bene in meglio quando la pacchia era ormai finita, non mi ha dato comunque modo di esplorare davvero ciò che gli alimenti più semplici invece potevano nascondere.
Non mi ha dato modo di comprendere, per disinteresse ammetto, quando lavoro ci fosse dietro un “banale” baccello di piselli o ciuffo di spinaci.
Questo fino a maggio scorso.

Il mio primo viaggio in Romagna infatti, credo sia stato qualcosa di incredibile. Oltre che estremamente istruttivo.

Non ho visitato musei, attrazioni o paesaggi incantati ma, invece, sono stata portata nel “mezzo al nulla” potendo ascoltare finemente che suono avesse il silenzio.

Mi sono ritrovata in mezzo ad immense distese (in gergo tecnico, ettari) di campi coltivati. Distese così ampie che si prolungavano fino a dove lo sguardo poteva perdersi senza poter vedere altro.
Chilometri di campi verdi e gialli. Vastità di terreno che sembravano non avere fine e dove l’unico suono udibile era il battito d’ali di una farfalla. Persino gli insetti presenti sembravano voler rispettare quel luogo così pacifico.
Ero estasiata.

Lo ero perché quei campi erano solo alcuni facente parte del consorzio di Orogel, leader dei prodotti freschi surgelati e che, almeno una volta nella vita, tutti prima o poi hanno consumato.

Guardavo quelle smisurate distese di terreno ricordando quante volte ho dato per scontate le confezioni di prodotto, presenti nei banchi frigo, già pronte per essere acquistate.

Questo perché se per noi è facile allungare la mano per mettere un prodotto da porgere nel carrello, diamo troppo per certo e con la stessa facilità del gesto precedente descritto, che in fondo “non ci vuole poi molto per raccogliere delle verdure e imbustarle per poi essere vendute”.

Mi sono ricreduta. Piacevolmente ricreduta.

Dopo aver visto l’immenso lavoro che c’è dietro alle coltivazioni dal seme al mantenimento delle piante stesse, considerando la presenza degli insetti (solo di alcuni che sono quelli che permettono che le piante continuino a crescere al meglio) e il terreno sempre ben curato e tenuto persino sotto il punto di vista della pulizia, ho compreso che forse tutto il lavoro che c’è dietro alla semplice busta di spinaci, non è poi così elementare.
Soprattutto considerando che la semina, la cura e il raccolto sono solo la metà dell’opera di quello che poi arriva nelle nostre tavole.

Dopo la raccolta infatti c’è una selezione che viene fatta a mano foglia dopo foglia, baccello dopo baccello e, solo dopo aver effettuato gli scarti necessari, viene inviata nel più breve tempo possibile in fabbrica per far si che i controlli, i vari e diversi lavaggi e le eventuali cotture o preparazioni (per alcuni prodotti come il passato di verdure in gocce Verdurì) vengano effettuate secondo le più minuziose attenzioni da parte degli addetti.

Un passaggio che così raccontato sembra voglia dire “che cosa sarà mai?” ma che invece fa si che intervengano diversi macchinari, decine di operatori e centinaia di controlli di volta in volta. Il tutto, spesso, a quattro decine di gradi sotto lo zero.

Ho infatti capito che qualsiasi prodotto, per essere surgelato fresco, deve essere lavorato e surgelato a pochissime ore dalla raccolta. Altrimenti fresco non lo sarebbe più e così facendo non riuscirebbe a mantenere tutte le sue qualità e caratteristiche di un prodotto appena raccolto.
Ho imparato che in base alla stagione vengono seminati o raccolti diversi tipi di ortaggi e verdure che, indipendentemente dalla tipologia e dal contesto, vanno curate e controllate ogni giorno.

Ho capito che il passaggio dalla terra allo stabilimento, nella sua semplicità, è molto più complesso di quello che si possa immaginare.

Le macchine che lavano le verdure più e più volte eseguendo diversi passaggi, vengono lavate di frequenza a loro volta per far si che si possano utilizzare anche per altre verdure e ortaggi nel giro di pochissimo tempo.
L’uomo ha un fattore spesso determinante in fase organizzativa tra un macchinario e l’altro perché può arrivare dove non arrivano le macchine con un occhio e un’attenzione che queste ultime non possono avere essendo tali.

Ho visto e sono entrata in ambienti dove se l’aria avesse potuto congelarsi l’avrebbe fatto senza batter ciglio, perché ciò che ho principalmente appreso è che il surgelamento permette di conservare gli alimenti alla perfezione abbassando velocemente la temperatura e permettendo così il corretto mantenimento degli alimenti.
Questo al contrario della fase di congelamento che avviene invece in maniera molto più lenta e che non conserva le caratteristiche alimentari allo stesso modo una volta scongelato il prodotto.

Ho visto uomini e donne girare con muletti pronti a spostare i prodotti con concentrazione e velocità perché ogni passaggio è importante per far si che gli alimenti non si guastino diventando invendibili. E ho ammirato la loro precisione e cura in tutto questo.

Tutta la coordinazione che unisce l’attività dei campi a quella in stabilimento è stata assolutamente lodevole. E questo non ha fatto che confermare, anche a fine giornata, quando dal campo alla tavola la filiera di Orogel si impegni per far si che il consumatore ultimo possa davvero poter avere il meglio.

È stata un’esperienza entusiasmante e allo stesso tempo illuminante.

Soprattutto perché se oggi pensiamo ad un contadino non ci viene in mente altro che un uomo che lavora a stretto contatto con la terra senza però sapere tutto quello che c’è davvero prima, durante e dopo. E averlo visto con i miei occhi ha fatto un certo effetto.

Conoscevo già Orogel come brand ma non avevo la minima idea di cosa ci fosse dietro quelle buste gialle dalla scritta verde: quante persone, quante macchine e quanto impegno. Tutto per avere sempre il miglior prodotto sulla tavola e già pronto secondo natura e senza nulla di artificiale.

Mi rendo anche conto che, raccontato, forse non possa rendere a pieno l’idea, ma basti sapere che non sono una persona che rimane a bocca aperta tanto facilmente e quel giorno, ero con il mento appoggiato al petto quasi sempre.

Ho scoperto una parte della nostra terra che non avevo mai visto, probabilmente sotto il suo lato migliore.
Il lato di un’azienda che ci tiene a promuovere la sua serietà e l’impegno che mette in tutte le fasi della propria produzione indipendentemente dal prodotto e dal periodo.

E se prima non mi fermavo a riflettere molto su quale marca acquistare valutando che probabilmente una fosse uguale ad un’altra, il sapere che un prodotto è completamente naturale ma soprattutto completamente italiano mi fa pensare che forse non dovrei più avere dubbi.
Considerando anche che, se pensiamo che il tutto viene gestito in Romagna, sotto moltissimi punti di vista potrebbe essere addirittura considerato tutto a chilometro zero.

<Post in collaborazione con Orogel>

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