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Il rischio consapevole di perdere un figlio

by Giada Lopresti

Non so se quello che sto per scrivere possa risultare non solo strano agli occhi di alcuni ma, probabilmente, persino folle.
Eppure, certa che qualcuno possa prendermi per pazza, ammetto a me stessa e agli altri che, forse più di una volta di troppo, ho avuto pensieri negativi sui miei figli.

Pensieri che si sono trasformati in immagini nella mia mente come le scene di un film che si osservano con gli occhi del terrore coscienti però di non poter fare nulla. Uno di quei pessimi modi che ti aiutano a capire fin troppo bene cos’è il senso d’impotenza.
Immagini che mi hanno portata a morire dentro seppur fossero scene create senza un reale punto di partenza e senza un apparente motivo scatenante.

Pillole di vita che nessuno si augurerebbe di dover vivere davvero perché anche solo immaginandole, come nel più brutto dei propri incubi, ti portano a consumarti perdendo quella parte di te che estendendosi si è trasformata in una persona reale: un figlio.

Ho immaginato più di una volta di troppo cosa potrebbe significare per me dover perdere uno dei miei bambini e, anche se solo ipotizzandolo, il dolore all’interno del mio petto era così incredibilmente forte che chissà quanto mi avrebbe potuto lacerare se fosse successo davvero. Chissà quanto potrebbe spaccarmi in mille pezzi se dovesse succedere.
Cosa avrei provato o cosa proverei nel vederli stare male, magari soffrendo molto, e dovendoli persino osservare spegnersi piano piano, essendo anche totalmente impotente?

Come mi sarei sentita? Come avrei potuto e dove avrei dovuto trovare la forza per risollevarmi dovendo continuare a vivere una vita che, per giusto, sarebbe dovuta essere destinata a loro?

Onestamente non lo so e non posso saperlo. Ma l’importante per me è non doverlo mai scoprire.

Ho però avuto modo di ascoltare le parole di una donna di nome Amelia. L’Avvocato Amelia Vitiello per la precisione.
Una donna e una madre che questo supplizio è stata costretta a viverlo e che, dopo averlo vissuto ha dovuto anche far si di continuare a conviverci negli anni. Undici per la precisione, almeno fino ad oggi.

L’Avvocato Vitiello dà l’idea di essere una donna forte, colta, in gamba e molto preparata. Ma per chi non immagina chi sia e quello che ha vissuto, non può sapere come in pochissime ore, la vita della sua bambina sia stata strappata via dalle sue braccia.

Alessia, questo era il nome di sua figlia. Un bambina che oggi avrebbe avuto dodici anni e una lunga vita davanti da dover riempire di progetti da realizzare e di diversi futuri da scrivere.
Questo se non fosse che in un pomeriggio qualsiasi dello scorso ottobre, per la precisione qualche giorno dopo l’undicesimo anniversario della sua scomparsa, sentì parlare di lei, della sua mamma e della loro drammatica storia.

Una bambina sana, che non aveva nessuna patologia e che da pochi giorni frequentava l’asilo nido“. Queste furono le esatte parole di Amelia. Parole che poi però, nel susseguirsi, non furono così positive.
Tutto accadde la sera del 19 ottobre 2007, dove Alessia presentava solo qualche linea di alterazione. Non era febbre, ma una temperatura appena rialzata attribuibile tranquillamente al fatto che fosse in fase di digestione avendo terminato di cenare da poco.

Da quell’istante ci fu un crescendo della sua temperatura corporea nonostante l’assunzione ravvicinata di farmaci antipiretici.

Nonostante questa temperatura alta, essendo trascorse solo poche ore dalla sua comparsa e in totale assenza di altri sintomi, mamma Amelia e suo marito decisero di non recarsi al pronto soccorso valutando in corso d’opera l’evolversi di questa febbre.

E in questo senso mi sento di dire che capisco la loro decisione avendo trascorso molte nottate in balia di queste temperature con il secondo dei miei figli. Scoprendo solo con il tempo che, almeno per lui, erano assolutamente normali.

L’evoluzione di quelle ore che precedettero l’alba furono rapidissime.

Alle sei del mattino anche il colorito del viso di Alessia aveva qualcosa di anomalo e senza attendere oltre, i genitori della bambina decisero di correre in ospedale per capire cosa stesse succedendo.
Fu in quel momento che Amelia notò un piccolo rush cutaneo. Un arrossamento che oggi sa di dover definire così ma che allora non aveva idea di cosa fosse.

Ed è così che fecero un viaggio di sola andata senza sapere che da li a due ore, Alessia non sarebbe più stata con loro.

Ascoltando le parole di Amelia ci fu una frase che più di tutto il resto mi rimase impressa nella mente come un tatuaggio sulla pelle “ho raschiato il fondo del dolore”.

Una frase che può esprimere almeno superficialmente come davvero possa essersi sentita Amelia. Una donna che non ha potuto fare nulla per salvare la vita della sua bambina.
Una bambina deceduta a causa di una meningite di tipo B. Una malattia che undici anni fa non era vaccinabile, ma oggi si.

Perché, se ci fosse stata, una semplice puntura avrebbe potuto salvare Alessia. La stessa puntura che oggi può salvare milioni di bambini e che ha un nome ben chiaro e distinguibile: noi, lo chiamiamo vaccino.

E un vaccino, soprattutto dopo una testimonianza del genere, ha ancora più valore all’interno del termine prevenzione.
Una prevenzione “facilmente” gestibile se si eseguisse il vaccino contro il meningoccocco di tipo B (esattamente come per tutti gli altri) che è in grado di proteggere non solo l’organismo ospite ma anche gli altri grazie all’ormai termine conosciuto come “immunità di gregge”.

Eppure ad oggi, nonostante questo vaccino faccia parte del piano vaccinale e nonostante per i nati dal 2017 sia completamente gratuito, ancora alcuni genitori si rifiutano di usufruirne per i loro figli. Una cosa spaventosa se si considera che, in generale, il vaccino è il farmaco più sicuro in commercio. Molto più sicuro di un’aspirina o di un antibiotico.

Ma soprattutto il vaccino rende immuni a malattie che portano anche al decesso.

Malattie debellabili facilmente grazie a questi importantissimi aiuti che, fortunatamente per chi crede in questo progresso scientifico, non molto tempo fa sono diventati obbligatori per legge per poter frequentare asili nidi e scuole materne.

Con l’avvento dei vaccini obbligatori è quindi aumentata la copertura nazionale nei bambini in età infantile.

Ma solo il 35% dei genitori dichiara di essere informato sulla meningite. Un dato pressoché allarmante se consideriamo la gravità e il decorso alle volte fulmineo di questa importantissima malattia.

Le informazioni che spesso infatti si riescono a reperire sono bene o male di origine comune.

Chiacchiere scambiate tra genitori fuori dalla scuola, commenti letti qua e la su qualche sito o qualche social network. Conoscenze fornite dal vicino di casa che ne ha sentito parlare da un amico di vecchia data.

Non conoscono quindi davvero in profondità le vere problematiche della meningite in tutte le sue sfaccettature.
Ed è questo che purtroppo fa si che esista un lato più critico per il tema vaccini. Un lato critico facilmente trasformabile in numeri e percentuali statistiche dove il 38% dei genitori ha paura delle conseguenze dei vaccini.

Anche se una buona parte di questi, semplicemente confrontandosi con il proprio pediatra, riescono a superare questa paura vaccinando più tranquillamente i propri bambini.

Quello che nella maggior parte dei casi infatti blocca una mamma o un papà è principalmente una mancanza di sufficienti informazioni per una scelta consapevole.

Ecco perché sarebbe anche un’ottima idea iniziare ad istruire il genitore già dai punti nascita. Oltre che istruirlo grazie al sostegno costante del pediatra in modo tale da essere sempre informati e sostenuti da una figura di fiducia.
Una figura che possa placare i dubbi rendendoli delle tranquille certezze.
Una persona che conosce come solo un medico può fare.

Una parte dell’esitazione dei genitori che tendono a non vaccinare o che hanno il timore di farlo, è infatti principalmente caratterizzata dal continuo bombardamento di fake news lette o ascoltate nel tempo.

Testi e documenti non autorevoli che hanno fatto si girassero e divulgassero false informazioni su un tema che previene le malattie. Le previene salvando la vita delle persone (sia del singolo che della comunità).
Informazioni che nella maggior parte dei casi vengono diffuse da quelli che si definiscono antivaccinisti. Persone fondamentalmente disinformate e spaventate, in grado di propagare i loro dubbi e le loro non conoscenze in un modo che oserei definire terroristico. Un mix di pericolosità facilmente contagiosa.

È importante quindi mostrare alle perone quanto siano falsi e sciocche le argomentazioni divulgate dalle fake news.

Argomentazioni facilmente smontabili anche semplicemente ascoltando le parole di una mamma che ha perso la propria bambina a causa di una malattia che oggi ha un vaccino per debellarla. Parole alle quali, garantisco, è impossibile rimanere indifferenti.

Lo dico da mamma che consapevole di aver sempre fatto la scelta giusta vaccinando i miei bambini con ogni tipologia degli stessi (obbligatori e facoltativi) presente in commercio, ha avuto un’ulteriore conferma nell’aver deciso di percorrere questa strada.

Una strada che permette di salvare la vita delle persone.
Una strada in grado di proteggere più individui con un singolo gesto.
Una strada che è quella giusta per tutti. Una strada che ci darà la possibilità, un giorno, di archiviare in qualche cassetto nascosto quelle che oggi sono malattie diffuse e pericolose.

Perché in passato i vaccini hanno salvato centinaia di vite e tutt’oggi continuano a salvarne.
Ma se riuscissimo a far fare a tutte le malattie la fine che molti anni fa abbiamo fatto fare alla poliomielite, il nostro mondo sarebbe non solo migliore ma anche più sicuro per noi e per i nostri figli. Soprattutto per loro e per il futuro che hanno il diritto di poter vedere.

Loro che sono quello che abbiamo deciso di proteggere sempre nello stesso istante in cui li abbiamo messi al mondo.

<Post in collaborazione con FattoreMamma>

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