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Mi sei mancato papà

by Giada Lopresti

Cinque giorni da sola con i miei figli.
Cinque giorni senza marito e in balia di tre bambini di cui uno frequentante l’asilo, uno in trasferta diurna dai nonni e l’ultimo così piccolo da potersi considerare ancora nella fase “mangia e dorme”.

“Cinque giorni di vacanza”.

Questo era quello che avevo pensato. Questo era quello di cui mi sono fortemente illusa.

Lunedì.

Come previsto il piu grande dei tre era stato spedito all’asilo e il secondogenito dai nonni.
Io e il più piccolo abbiamo accompagnato il papà in aeroporto tenendogli compagnia fino a quasi la partenza (in ritardo ovviamente) per poi andare di corsa ad un appuntamento confermato a soli trenta minuti dall’orario previsto per lo stesso.
Gli stessi trenta minuti che mi separavano dalla destinazione finale nella speranza che il piccolo non iniziasse a piangere mentre ero alla guida dell’auto nel bel mezzo dell’autostrada.

Visita ecografica ai reni per il piccolo con un esito positivo atteso per nove mesi e di corsa a casa per il pranzo ormai fuori orario.
Pisolino e sveglia per andare a prendere i fratellone. Lo stesso fratellone che, evviva evviva, dopo aver chiesto alle maestre ho saputo che ha tossito per l’intera giornata. Panico.

In questo caso infatti tosse è uguale ad allergia che è sinonimo di crisi respiratorie, vomito con catarro e una settimana (minimo) a casa.

Un gelato al bar, il rientro a casa e la cena in compagnia dei miei genitori.
Messa a letto dei bambini, riordino della casa e lavaggio pavimenti. Un lavaggio obbligato vista la nuova fase di strisciamento del piccolo.

“Ma papà è partito?” “Si amore”
“Quando torna” “nel fine settimana ma sono certa che sopravviveremo”

Martedì

Erano circa le due di notte quando dopo un colpo di tosse, il maggiore dei miei figli ha iniziato a faticare a respirare.
Battito accelerato, respirazione difficoltosa e collo contratto. Mezz’ora intensa di terrore causato dal fatto che mio marito era fuori casa e ci sarebbe rimasto per altri cinque giorni.

Tranquillizzato il figlio e dopo avergli fatto rimettere almeno 200 ml di catarro, abbiamo ripreso a dormire come se niente fosse.
Al suo risveglio sarebbe dovuto andare in gita con l’asilo. Gita ovviamente saltata.

Una giornata trascorsa tra un colpo di tosse e un salvataggio volante della testa del più piccolo che in modo temerario si arrampicava un pò ovunque come se fosse una scimmia.
Dove tra un “no” e un “non si fa” nonostante non stesse bene, il più grande ha dato il via alla sua prima punizione della settimana che, in tutta riposta, ha iniziato ad invocare il suo miglior “Voglio papà! Papà dove sei?”

Videochiamata al papà (santa tecnologia) e tutto è passato.

Sopravvissuta alla giornata alla mercé dei miei bambini “ho iniziato a respirare” grazie alla presenza dei miei genitori durante la cena (genitori che non hanno mancato un solo appuntamento serale in mio soccorso). Stendi i panni, ritira quelli asciutti, metti a letto i bambini, pulisci, lava i pavimenti tra un risveglio e l’altro di Enea, stramazza sul materasso del letto ed entra in un coma profondo fino alla prossima poppata del piccolo (in media una volta ogni ora… ancora).

“Mamma chiamiamo papà?”

Mercoledì.

Ho iniziato la giornata con tre ore di sonno chiedendomi se fossi davvero in grado di sopravvivere senza il marito e pregando che le cose, in quel giorno, sarebbero andate diversamente dai primi due.
Speranze vane fin dal buongiorno. Buongiorno un c***o.

Stessa routine: tosse, medicine, urla in stile fedele moglie di Tarzan, arrampicate del piccolo che si crede uno scalatore in erba senza corde e piccone e giocattoli ovunque. O-V-U-N-Q-U-E!

La mancanza di mio marito era palpabile sia come grande alleato del mio quotidiano e sia come sostengo psico fisico della sottoscritta. E il fatto stesso che Cesare fosse a casa dall’asilo a rendere ancora più ingestibile la situazione, non agevolava affatto la mia gestione.

Respiri profondi e quattro ore in media di sonno stavano diventando il mio karma quotidiano tra un “ce la posso fare” e un “marito ti prego torna”.

“Mamma ma papà dov’è?” “A Milano”.
“E quando torna” “Tra qualche giorno amore, ma quel giorno è sempre più lontano di quanto vorrei”

Giovedì.

Ore di sonno: tre. Dalle quattro alle sette susseguito da un risveglio in stile ” il buongiorno degli zombie”.
La sera prima bambini sono andati a letto presto regalandomi  quattro ore di tour de force davanti al pc. Quattro ore di lavoro intenso e che ho cercato di trasformare in qualcosa di più produttivo possibile con poco successo.

Giornata esattamente trascorsa come le precedenti e in cui mi sono ricordata che giorno della settimana fosse.
“Oggi è giovedì e stasera c’è la live”. Ari-panico.

La mia prospettiva per la serata era già quella di dover correre tra la location della live (comunemente chiamato bagno) e mini-mini-me sveglio in camera da letto, senza riuscire a gestire entrambe le cose.
Fortunatamente me la sono cavata con un figlio sveglio, una diretta in ritardo e un solo risveglio del più piccolo che tutto sommato mi ha fatto fare ciò che dovevo.

Routine della sera identica alle precedenti.

“Mamma stasera dormo ancora con te. Papà non c’è e io voglio te”
“Ok amore”

Venerdì

Inutile dire che le forze che ero convinta di avere hanno iniziato a vacillare, ma ho stretto i denti cercando di organizzare sempre tutto al meglio.

Mi sono accorta che nonostante mancasse il marito, la casa era sempre in ordine e pulita. Nel lavello non c’erano mai stoviglie da lavare e la lavatrice veniva accesa ogni volta che veniva riempita.
Forse ho dovuto ammettere a me stessa che non sono stata in grado di dedicare al mio lavoro tutto il tempo che avrei voluto e sicuramente non ho mai dormito per più di quattro ore per notte, ma ce la stavo facendo e ce la stavo facendo bene.

Mi sono persino buttata in un cambio-armadio-toure-de-force di tutti e tre i miei bimbi terminato in sole due ore e così ben fatto da battermi le mani da sola.
Iniziavo a ritenermi soddisfatta del mio lavoro di mamma abituata a suddividersi i compiti con il marito.
Ma il marito mancava. E non solo per il grande aiuto che mi da sia in casa che con i bambini.

Quella sarebbe stata l’ultima sera da sola con loro. L’ultima sera lontana da una vita non nostra.

“Amore domani torna papà, sei contento?” “Si mamma”

Sabato

O come l’ho soprannominato io: “il giorno del giudizio”

Il figlio malato che ha iniziato a stare decisamente meglio, il secondogenito spedito in direttissima dai nonni dopo la colazione e il piccolo pronto per un’altra scalata tra un mobile e una sedia.
Pranzo a mezzogiorno e doccia in stile flash.

Il marito sarebbe atterrato alle 15:45 e io alle 14:00 ero già pronta per uscire di casa: sfinita, soddisfatta di me stessa ma con il grande desiderio di abbracciarlo forte.

Siamo saliti in macchina dopo la conferma della sua partenza con ben 45 minuti di ritardo. Quarantacinque minuti di lontananza in più che dopo cinque intensi giorni “che cosa vuoi che siano”.
Un viaggio della speranza sotto il sole cocente di giugno per poi arrivare in aeroporto e fiondarsi al bar sotto l’aria condizionata.

“Sei contento che sta tornando papà?”
“Si mamma ma fra quanto arriva?”
“Ci vorrà circa un’altra oretta”

Se quarantacinque minuti di ritardo non erano nulla, quell’ora di attesa è sembrata infinta.
Giocando con i miei figli osservammo la vetrata che affaccia sulla pista di atteraggio nella speranza di vedere arrivare l’aereo del papà:
“Mamma sta arrivando un aero guarda”
“Amore aspetta che controllo che sia quello di papà.”

Non era il suo. Delusione.

Vedevo mio figlio con il viso schiacciato  contro il vetro e le mani aperte nel tenerlo aspettando che arrivasse l’aereo che ci avrebbe riportato il suo papà. Un aereo che é atterrato mezz’ora dopo il precedente.

Quando l’aereo ha toccato terra ho visto in mio figlio una luce diversa.

Nei giorni passati non mi ero resa conto quanto e come avesse percepito la sua mancanza ma in quel momento fu tutto molto chiaro.
La sua gioia nel vedere l’aereo, la sua voglia di attendere il papà davanti alla porte scorrevoli degli arrivi, la sua emozione e la sua attesa.

“Cesare andiamo a prendere il papà” e, senza nemmeno aver finito la frase, aveva già iniziato a correre verso la destinazione.

Un attesa lunga. Più lunga di quanto arei voluto e dove a ripetizione il mio bambino chiedeva di continuo “Ma fra quanto arriva?”

Dopo venticinque minuti in fondo alla folla, lo vidi varcare le porte a vetri mentre Cesare era intento nel sistemare i suoi occhiali.
Ho sollevato e sventolato Enea come se fosse una bandiera perché in aeroporto c’è chi attende con i cartelli con il nome e chi usa i figli come manifesti per punti d’incontro.

Ci raggiunse. Baciò Enea e baciò me mentre entrambi osservavamo Cesare che ancora non si era accorto che il papà fosse li al suo fianco.
L’ho chiamato distraendolo da ciò che stava facendo e ho visto i suoi occhi innamorati guardare il papà.

“Papà mi sei mancato!”

“Mi sei mancato!” “Mi sei mancato!” “Mi sei mancato!” “Mi sei mancato!” “Mi sei mancato!”

Sono state cinque le volte in cui, gridando, mio figlio  ha detto al suo papà questa frase. Le ho contate mentre lo stringeva forte a se in un abbraccio che sembrava molto più grande di lui.
Le ho contate perché quella scena mi ha emozionato fino alle lacrime orgogliosa di mio figlio e orgogliosa di mio marito che è stato in grado di costruire uno splendido rapporto con i nostri bambini.

Dopo una settimana difficile e molto impegnativa, la mia soddisfazione più grade non è stata avere una casa pulita, la cameretta in odine, la stoviglie lavate e sistemate o la lavatrice vuota.
La soddisfazione più grande è stata semplicemente comprendere, come forse non avevo mai fatto prima, il meraviglioso rapporto che siamo riusciti  costruire con i nostri figli. Un rapporto che viaggiando spesso, altrettanto spesso mi viene confermato ma che mai avevo potuto osservare nei confronti di Salvo.

Sono orgogliosa di un marito che è mancato tanto anche a me ma che ha saputo colmare la sua mancanza grazie ad un emozione indescrivibile.
E lo amerò per sempre solo per il fatto per avermela regalata.

©MammaCheVita - Tutti i diritti riservati

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4 comments

Alice 12 Giugno 2017 - 22:31

Emozionante veramente!bravo papà che ha instaurato questo bellissimo rapporto voi fogli!

Reply
Giada Lopresti 13 Giugno 2017 - 2:46

È stato un ottimo padre e questa ne è la dimostrazione. Sono orgogliosa di tutti loro.
Un bacione :***

Reply
Diana 12 Giugno 2017 - 22:44

Ho letto questo articolo tutto di un fiato, più degli altri! Mi hai emozionato molto e spero tanto di riuscire anche io a costruire un così bel rapporto con le mie piccole e mio marito.

Reply
Giada Lopresti 13 Giugno 2017 - 2:45

Sono certa che riuscirai a fare un ottimo lavoro perché l’amore non si insegna ma si dimostra. E dimostrarlo aiuta i bambini ad apprenderlo facendolo loro come regalo per gli altri.
Sicuramente le tue bambine saranno tutte coccole e dolcezza con il loro papà.
Un bacione :***

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