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Il giorno più brutto della mia vita

by Giada Lopresti

Amo le ricorrenze da sempre. Amo quelle piccole e più insignificanti come il festeggiare un primo bacio, un primo appuntamento o la prima vacanza insieme.

Amo ricordare i bei momenti scanditi da date che diventano importanti dal nulla. E, per quanto può sembrare assurdo, amo anche ricordare i periodi bui della mia vita perché mi hanno aiutata a crescere, mi hanno aiutata a maturare, mi hanno aiutata a diventare ciò che sono oggi.
Una persona forse un po’ pazza, immatura ma tutto sommato felice. Una persona che dalla vita ha ancora tanto da apprendere, conoscere e scoprire ma che, allo stesso tempo, ha anche vissuto molti momenti che l’hanno gettata nello sconforto.
Momenti che non auguro a nessuno, momenti che non bisognerebbe vivere nonostante la vita non possa essere sempre bella e perfetta come tutti  vorremmo.
Perché i problemi li hanno tutti: chi più chi meno. Il saperli gestire però rimane a ognuno di noi, esattamente come il come.

E anche in questo credo che, nei momenti più neri della mia vita, io sia riuscita a superarli al meglio piangendo, ridendo, sfogandomi, tenendo il dolore solo per me ma, in tutti, casi, sempre a testa alta e sempre superandoli a modo mio. Anche se, a volte, non fino in fondo.

Questo perché, se così non fosse, quei periodi neri li avrei rimossi. Con il passare degli anni li avrei cancellati dalla mente come se non fossero mai esistiti.

E invece sono li, sempre pronti a riaffiorare facendo male meno di allora, ma ricordandomi sempre che niente va dato per scontato e che tutto, nella vita, la felicità in primis, va conquistata con le unghie e con i denti.

Poco più di un mese fa, ho deciso di aprire un po’ di più le porte della mia vita, scegliendo di mettere a nudo degli aspetti di me che qualcuno avrebbe potuto non conoscere. Ho deciso che avrei creato dei video per parlare più di me non solo come mamma ma anche come Giada, una Giada qualsiasi che avrebbe risposto alle curiosità delle persone che, con affetto, volevano scoprire dei dettagli della mia persona, della mia famiglia, del mio lavoro e del mio essere ciò che sono oggi capendo anche il come e il perché sono diventata così.

Tra le tante domande lette ce ne fu una che ricordo bene soprattutto perché non solo mi spiazzò, ma perché mi fece rivivere come in un flashback un periodo (forse troppo lungo) della mia vita, che ancora oggi mi riempie gli occhi e il cuore di una tristezza profonda anche se passata. La domanda era semplice ma, allo stesso tempo, molto diretta: “qual è stato il momento più brutto della tua vita?” E la risposta la conoscevo bene, cavoli se la conoscevo. Eppure, nonostante mi sentissi pronta a raccontarlo, non volevo che avvenisse in quel modo. Non volevo farlo attraverso un video consapevole di dover trattenere le mie emozioni perché, l’ultima cosa che desideravo, era raccogliere gli sguardi di compassione che dall’altra parte ci sarebbero stati.

Non volevo ritrovarmi con gli occhi lucidi nonostante fosse passato ormai tanto tempo e, consapevole che sarebbe stato per me più liberatorio raccontare tutto tramite una tastiera. Potendo così commuovermi senza dover dar conto a nessuno, potendo ricordare nel mio dolore ogni istante scrivendo anche molto più di quello che di solito faccio, ma con la certezza di essere pronta a dire ogni cosa al di sopra dei giudizi delle persone ma soprattutto al di sopra di quello che nel profondo resta una ferita di cui fare comunque tesoro.

Una ferita aperta esattamente quattro anni fa.

Una ferita che allora era più una voragine senza fine che trapassava cuore, anima e corpo in un solo colpo e che mi ha fatto capire molte cose di me, della mia famiglia e di quello che sarei voluta essere nella speranza di esserlo, almeno in parte, diventata.

Era il 03 marzo del 2014. Cesare, il più grande dei miei bambini aveva solo quindici mesi e, io, ero da poco entrata nel quarto mese della mia seconda gravidanza.
Fu un periodo travagliato da discussioni importanti e anche futili con quello che, ancora, era il mio compagno e padre dei miei figli.

In casa la tensione era spesso palpabile, l’immaturità da parte di entrambi molto alta e il contorno della nostra vita non poteva essere considerato una distrazione dai problemi del quotidiano.
Ricordo bene l’affetto che legava me e Salvo, lo ricordo perché in quei molto sporadici momenti di felicità il suo sguardo per me era pieno di amore ma, in tutta onestà, non rispecchiava molto quello che per me era l’idea di un compagno di vita e, soprattutto, di padre.
È una frase che forse non andrebbe detta. Forse… ma rispecchia bene la realtà di allora perché, nonostante lo amassi con tutto il mio cuore, il suo essere superficiale prevaricava spesso i miei sentimenti.

I mesi precedenti furono un continuo dibattito tra le nostre famiglie, dibattiti che si ripetevano e si rincorrevano tra frecciatine che facevano male e menefreghismi su quello che invece volevamo decidere noi per noi stessi. Non eravamo una famiglia di tre persone e mezzo, ma una famiglia estremamente allargata dove, da un lato, prevaleva un eccessivo interesse e, dall’altro, un vivi e lascia vivere dettato da quello che, ai tempi, consideravo come un assoluto menefreghismo.
Il punto di tutto comunque rimane che, noi, non stavamo bene. Io non stavo bene.

Ennesima discussione, ennesima lite. Ennesimo raduno su: “che fine devono fare questi ragazzi?

Perché, ovviamente, dopo anni dedicati al lavoro, in quello stato, nessuno mi avrebbe assunta e Salvo viveva un periodo nuovo in questo ambito alla scoperta di un impiego che poi, mesi dopo, risultò una grandissima presa per il culo.

Quella discussione, che ancora oggi ben ricordo in ogni parola e gesto, fu proprio fatta quattro anni fa partendo da oggi. Iniziò come sempre nella tranquilla tensione che si respirava nell’aria ormai d’abitudine, terminando con Salvo che, con un sonoro vaffanculo, si chiuse la porta alle spalle e se ne andò.
E non andò a comprare le sigarette, non andò a fare la spesa: se ne andò e basta.

Come programmato da mesi, il giorno dopo sarei dovuta partire per Milano. Ai tempi infatti i miei genitori vivevano ancora a Cernusco e io, per qualche mese l’anno, andavo qualche periodo da loro con il bimbo per stare un po’ in quella che per sempre rimarrà casa mia.

La notte prima della partenza fu un incubo. Dormì malissimo e il vuoto nel letto di sicuro non era li pronto ad agevolare il sonno. Nemmeno la stanchezza causata dalla gravidanza era in grado di favorire un addormentamento precoce.
La sveglia fu all’alba per preparare le valigie e, nel mentre, sentì suonare il campanello perché Salvo era venuto a salutarci. Era li solo per salutarci.

Mi allontanai da casa osservandolo mentre con rabbia riempiva gli scatoloni con quelle poche cose che aveva e ricordo solo che, dopo qualche metro percorso con l’auto in direzione dell’aeroporto, vidi tutto annebbiato perché i miei occhi erano letteralmente gonfi di lacrime.
Le ingoiai perché non volevo farmi vedere piangere da mio figlio. Le ingoiai perché in quello stato non potevo permettermi di stare male.

Partimmo con la speranza che le cose potessero migliorare.

Anche se sapevo, conoscendo Salvo, che da un gesto del genere non saremmo più tornati indietro.
Si susseguirono i giorni, giorni in cui ci sentivamo costantemente. Telefonate in cui ci sfogavamo e ci confrontavamo, telefonate piene di rancore che con il passare del tempo andarono scemando diventando più rade e tranquille.
Mi fermai a Milano solo tre settimane. Quello stesso periodo che ancora oggi mi chiedo se mi fece bene o male. Tre settimane di tranquillità, la mia, molto apparente, dove ridevo e mi godevo il mio bambino lontana dai problemi che comunque non mi abbandonavano e osservando quella vita crescere dentro di me, nella speranza che non risentisse di tutto quel dolore di cui il mio cuore era pieno.

Ricordo le sere di sfogo a casa della mia migliore amica dopo aver messo a letto mio figlio. Io che da lui non mi era mai allontanata nemmeno per un attimo, scappavo di casa per poter piangere sulla spalla di chi poteva capirmi perché, conoscendo il mio passato e il mio presente, sapeva bene ciò che potevo provare.
Un’amica che ancora oggi è nella mia vita. Un’amica che è nella mia vita da vent’anni e che fa si che io mi chieda spesso “se non ci fosse stata cosa avrei fatto?“. Perché ho sempre conosciuto e voluto bene a molte persone ma con pochissime ho realmente aperto il mio cuore.

Trascorso quel periodo rientrai a casa convinta di essere più forte e preparata nel dover essere una ragazza madre e, per di più, incinta.

Sapevo che avrei potuto farcela perché non sarei stata la prima sulla terra e, purtroppo, nemmeno l’ultima. Ero davvero certa di essermi lasciata il peggio alle spalle tramutando il mio dolore in rabbia, perché quando una persona che ami ti fa male, non puoi perdonarla con così troppa facilità. Ma quando dimostra anche menefreghismo, è inevitabile che il sentimento muti in qualcosa di addirittura peggio.

Salvo passava da casa quando poteva e ad ogni campanello che suonava, ad ogni porta che si apriva, ad ogni sorriso celato, il mio cuore sembrava pronto ad esplodere perché si… ero arrabbiata, ero incazzata nera con lui, ma il mio sentimento era sempre più forte di tutto.

Non lo vedevamo spesso perché quello che lui si ostinava a definire un lavoro, lo aveva letteralmente cambiato. Era diventato un altro.
Non distinguevo più quel ragazzo di cui mi ero innamorata. Non vedevo più quella persona ogni tanto impacciata che aveva paura a dire un no o che aveva il timore di poter far star male qualcuno.
Sembrava un involucro di pelle che assomigliava incredibilmente a lui  ma che tutto era tranne che Salvo.

Aveva un’aria strafottente, una sicurezza verso se stesso spiazzante.
Sembrava semplicemente un ragazzo pomposo e altezzoso che si era dimenticato di ciò che la sua vita gli aveva regalato negli ultimi due anni, compensandolo con tre mesi di lavaggi del cervello sempre grazie a questo fantomatico lavoro.

Un lavoro che, per specifica, veniva gestito nel campo delle assicurazioni in cui tenevano quei corsi di gruppo come quegli che negli anni sono stati sempre messi nell’occhio del ciclone da Striscia la Notizia. Non so se mi spiego.
Mega raduni di centinaia di ragazzi dove veniva detto come vestirsi, cosa dire e cosa fare. Corsi che ti plasmano facendoti diventare delle specie di automi.

Ecco perché il rancore si è trasformato in insofferenza e poi, l’insofferenza, lo dico senza mezzi termini, in odio.

E non sto usando una parola forte a caso: la sto usando perché sono certa di aver provato quel sentimento.

Odiavo ritrovarmi ogni sera da sola fingendomi forte.
Odiavo insegnare a mio figlio ad addormentarsi nella sua stanza spesso sdraiata per terra di fianco al lettino perché, se gli lasciavo la mano, si svegliava di colpo piangendo.
Un abitudine che, sempre dato il mio stato, non mi sarei potuta permettere a lungo, decidendo così di svegliarmi fino a dieci volte a notte facendo da spola tra le due stanze per tranquillizzarlo, convincendolo a rimanere comunque in cameretta nonostante tutto.

Una notte però, una delle tante da sola, iniziai a voler colmare quel vuoto con qualcosa di caldo al mio fianco, cedendo alla stanchezza e portando quindi nel letto con me il mio bambino.
Non lo feci prima perché avevo il terrore potesse sferrarmi qualche calcio ben assestato al ventre ma, visto l’ampio spazio rimanente nel letto matrimoniale , in qualche modo ero sempre riuscita ad evitare che i miei figli iniziassero a picchiarsi ancor prima a che nascesse il secondo di loro.

Poi arrivò quella sera, quella dove mio figlio decise di mettermi a conoscenza del fatto che fosse sonnambulo e, nel pieno della notte, si mise a gattonare nel sonno camminando fine alla fine del letto per poi, una volta terminato “il terreno” sotto di lui, buttarsi di faccia sul pavimento. Con molta probabilità, quello fu un momento che non dimenticherò mai. Nemmeno tra cent’anni.
Ricordo che nel sonno lo sentì muoversi, ma che allo stesso tempo non feci in tempo ad afferrarlo prima che volasse dal letto. Un tonfo, un pianto fortissimo e il mio cuore in gola quando accesi la luce.

Della sua faccia infatti si vedeva davvero ben poco perché da bocca e naso scesero flotte di sangue che sembrava non volersi arrestare e io che, piangendo, iniziai ad imprecare ogni qualsivoglia cosa che mi passasse per la mente.
Fu in quell’esatto momento che iniziai a provare odio verso il padre dei miei figli perché io non sarei dovuta essere li da sola, perché lui sarebbe dovuto essere li al mio fianco e perché, se ci fosse stato, magari avrebbe potuto evitarlo. Solo oggi, dopo quattro anni, comprendo che, forse, la sua presenza non avrebbe cambiato nulla.
Dopo mezz’ora passata a lavarlo e a riaddormentarlo, certa si fosse preso solo un brutto spavento, piansi con tutta la rabbia che avevo nel cuore e, solo una volta sfogata, mandai un messaggio a Salvo scrivendo lui le peggiori parole che si possono dire ad una persona. Fu quella la sera nella quale decisi che non avrei partorito in Calabria.

Il giorno dopo feci altri biglietti per Milano decidendo di stare via a tempo indeterminato.

Acquistai solo l’andata perché, a Bagnara, non ci sarei mai più voluta ritornare, e me ne andai consapevole che non avrei più nascosto la mia situazione a nessuno. Fortunatamente nessuno mi chiese mai niente di lui.

Furono mesi in cui iniziai a sentirmi bene, iniziai a capire cosa avrei dovuto fare ma soprattutto come avrei voluto fare.
Sentivo Salvo telefonicamente con una frequenza di ogni quattro/cinque giorni al massimo: telefonate brevi e veloci senza particolari domande di interesse. Tutte cose che accrescevano la mia convinzione a non volerlo più vedere.

Il problema di fondo infatti era che, ai tempi già avevo un blog, avevo già delle pagine social e, anche se era doveroso da parte sua chiamare, bastava aprire Instagram per scoprire cosa facevamo e dove (un grosso errore che ancora oggi fanno molti).
Inutile dire che, al di fuori delle sue rare telefonate, nessun componente della sua famiglia si era mai prodigato ad inviare nemmeno un messaggio. Tutti “sapevano” tramite i social quello che dovevano sapere e ricordo bene che quando Cesare, a ormai sei mesi di gravidanza inoltrati, si sedette di colpo sul mio pancione e io persi il respiro per qualche secondo, nonostante mi fossi geo localizzata su Facebook in ospedale rimanendoci per un intero pomeriggio data la situazione, nessuno mi telefonò. NESSUNO.

Era incredibile come quello che da sempre è la mia migliore valvola di sfogo, in quel periodo invece mi fosse così nemico.

Questo anche a dimostrazione di quanto i rapporti fossero davvero pessimi tra noi e le nostre famiglie.

Vissi la mia vita pensando solo alla mia gravidanza e quando fui vicina all’inizio del nono mese, iniziarono le pressioni da parte di mio padre nel dover partorire in Calabria per tutto un insieme di motivi.
Più io non ne volevo sapere di partire e più lui insisteva nel fatto che sarei stata più tranquilla a casa quando per me, casa mia, era quella dove mi trovavo in quell’esatto momento.

Mi confrontai quindi con la mia meravigliosa ginecologa che era al corrente di tutta la nostra delicata situazione e che, dopo avermi fatta parlare, mi disse solo “fai quello che ti fa stare più tranquilla, qualsiasi decisione prenderai avrai sempre il mio appoggio”. Una dottoressa che, non per nulla, negli anni è diventata anche una splendida amica.

Rientrai in Calabria a malincuore e controvoglia.

Partii proprio il giorno in cui terminava la possibilità di volare senza un certificato medico. Ero di 35 settimane e sei giorni.
Non per nulla ci furono parecchie controversie con la compagnia aerea nel riuscire a salire su quel maledetto volo che mi avrebbe riportato “a casa”.

Tornata non vidi nessuno per giorni nonostante i mesi di assenza.

Avevamo iniziato ad abituarci alla vita l’uno senza l’altro e, sicuramente, ai tempi Salvo era fu in grado di farlo molto meglio della sottoscritta ed ecco perché ritornare a Bagnara fu per me solo deleterio.
Vedere il suo menefreghismo nei confronti dei nostri figli faceva scaturire in me un odio continuo che, dopo svariate minacce (non specifico di chi perché è irrilevante) sul diritto al dover far vedere i figli anche al padre, decisi persino di rivolgermi ad un avvocato. Avvocato con la quale parlai a giorni alterni sul come avere la totale custodia dei bambini perché, a mio modesto parere, il disinteresse dimostrato nelle settimane e mesi precedenti, era un autoconfessione nel volersene sbattere alla grande.
Disinteresse iniziato proprio dalle basi come il semplice fare la spesa o il contribuire al mantenimento dei bambini (entrambi… perché uno doveva ancora nascere ma aveva la necessità di venire a mondo potendo indossare vestiti e pannolini).

L’età dei miei ancora non due bambini poi, non faceva altro che agevolare il tutto impedendo a chiunque fosse il padre di poter stare con Cesare in mia assenza.

Perché, dopo l’odio, inevitabilmente arriva il momento in cui vuoi solo fare la guerra a qualcuno e, nel mio caso, direi che il mio era un desiderio più che meritato.

Al mio rientro a Bagnara ne sentì e ne vidi di tutti i colori.

Il paese è piccolo e la gente mormora” mi dissero. Ma il problema di fondo, era che non erano dei mormorii ma dei veri e propri discorsi che venivano fatti sulla mia situazione senza conoscerne i dettagli. Giudicando, additando e dicendo delle indecenze che nemmeno persone senza un cuore potrebbero pensare.

Camminavo per le strade osservando su di me gli occhi della compassione tra un “poverina è stata lasciata incinta” e gli occhi della pietà come se, invece di un bambino, attendessi la diagnosi di conferma di una malattia incurabile.
Persone che mormoravano frasi come “Salvo ha fatto questo, ha detto quello, era con Tizio…”

Eppure nonostante tutto, il giorno in cui si ruppero le acque Salvo fu la prima persona che chiamai.

Non lo chiamai quando di nove mesi e due settimane guidai per 240km per andare all’Ikea, non lo chiamai quando nello stesso periodo dovetti fare il trasloco nella nostra casa attuale, non lo chiamai quando ci furono da montare i mobili per l’arrivo di Vincy. Sapevo di essere forte e avevo bisogno di dimostrarlo a me stessa facendo tuto da sola.
Forse senza la stessa velocità che avrei avuto senza quell’enorme pancione, ma ce la feci.

I miei sentimenti per lui non erano mai svaniti ma furono sicuramente assediati dalla rabbia e dal rancore mutando inevitabilmente. Eppure, non so perché, quel 21 luglio 2014, ero davvero convinta che le cose potessero cambiare. Ero convinta che tutto in qualche modo potesse sistemarsi.
Invece, in quella stanza di ospedale, non si respirava la gioia di una nuova vita appena arrivata, non si respirava la felicità di una famiglia riunita ma solo la tensione di voler uscire da li il prima possibile. E invece di essere uno dei giorni più belli della mia vita, fu sicuramente uno dei peggiori. E non so se Vincy, da figlio, potrà mai perdonarmi per una frase del genere.

Non auguro a nessuno di partorire un bambino in salute sperando, tra l’altro, che nei mesi precedenti tutto quello che hai passato non abbia invece influito sulla gravidanza. Abbracciando tuo figlio piangendo lacrime di tristezza mentre lo tieni stretto a te.
Non auguro a nessuno di doverlo fare mentre nella mente passano solo cattivi pensieri invece della positività di un nuovo arrivo.

Chiesi a Salvo di rimanere per la notte, ma la sua vittoria nel non dover discutere su come dover gestire Cesare durante la mia degenza, fu più forte.

Rimase solo perché non gli lasciai molta scelta ma non fu affatto una brillante idea. Quella sera stessa infatti, invece di godermi quella apparente tranquillità, trascorsi la mia serata al telefono litigando pesantemente con una persona che mi disse chiaramente testuali parole “farò di tutto per far si che Salvo non torni più insieme a te”.
Una persona che sapeva bene di avere un’influenza tale su di lui, tanto da poterci riuscire.

Quei tre giorni di ospedale furono vero un incubo dove non ci fu un solo giorno senza lacrime e dove non ci fu un solo attimo in cui non sarei voluta rientrare a casa.
Furono tre giorni lunghi ma che, fortunatamente, passarono e, nei giorni successivi, sembrò quasi che una certa pace si fosse in qualche modo ripresentata nella mia vita.

Una pace apparente perché se la convinzione mi aveva fatto credere che il peggio me l’ero semplicemente lasciato alle spalle, la nuda e cruda realtà mi schiaffò un’altra volta in faccia che non era affatto così.

Due figli, nuove abitudini e molta stanchezza nel dover ingranare il tutto.

Quel fiocco che non volevo appendere alla porta perché non avevo voglia di ricevere le classiche visite di circostanza e che, nonostante l’abbia dovuto mettere (perché qui DEVI farlo), non portò nessuno o quasi a bussare alla mia porta. Solo un paio di amici stretti ma nulla di più.

Dopo la nascita di Vincy , ogni fottutissima sera è stata trascorsa sperando che suonasse il campanello dove, nell’aprire, avrei trovato l’uomo che amavo pronto fare un passo indietro deciso a ricominciare e, ogni sera, quel campanello non suonò mai, tranne quelle rare volte in cui, forse non avendo nulla da fare, il padre di Cesare e Vincy si ricordava di averli dei figli.

Una sera, presa dalla stanchezza dopo l’ennesimo pianto, caddi in un sonno così profondo che mi svegliò mia madre alle tre di notte.

Quell’estate era stata così calda da obbligarmi a spalancare le finestre e, ogni notte (e quella sera in particolare), Cesare si sveglio nel cuore della notte piangendo come un pazzo. Pianse per mezz’ora e io, addormentata da poco più di un’ora non mi accorsi di nulla.
Mio figlio era nella stanza accanto che si dimenava come un forsennato mentre, io, continuavo a dormire come se niente fosse. Pianse così forte che lo sentirono i miei genitori mentre dormivano in casa loro. I miei genitori che, dopo mezz’ora di ininterrotte urla, decisero di scendere a casa mia per essere certi non mi fosse successo nulla, trovandomi invece beata nel mio sonno mentre allattavo il piccolino.

L’ennesimo episodio di tanti che non ho raccontato ma che mi fece riflettere su quello che avrei dovuto fare della mia vita.

Quella per me, unito a tutto il resto tra chicchere di paese, atteggiamenti sbagliati e menefreghisti, strafottenza e disinteresse totale da parte di tuti, mi fece capire che, dopo i sei mesi trascorsi nell’inferno in terra, avrei semplicemente dovuto pendere una posizione. E quella scelta fu come svegliarsi da un lungo sonno.

Dicono infatti che i sentimenti non possono avere un interruttore, ma, essendoci passata, credo che tutto dipenda da quello che la vita decide di regalarti. E fu esattamente quello il giorno in cui decisi di spegnere i miei.
Proprio in stile The Vampire Diares.

Presi quella che secondo me sarebbe stata la decisione migliore per tutti: chiudere i ponti e rifarmi una vita insieme ai miei bambini. Una vita in cui Salvo non avrebbe più dovuto fare parte.
Avrebbe fatto parte della loro solo se se lo fosse meritato, se avesse dimostrato ai suoi figli cosa vuol dire avere un padre ma senza odio e rancore da parte mia.

Gli avrei permesso di vedere i bambini perché tutti i bambini devono vivere in presenza di entrambi i genitori, ma lo avrei fatto alle condizioni dettate da me e da un giudice che a avrebbe predisposto il tutto.

Da quel momento non sprecai più un momento della mia vita, soprattutto considerando che avevo già buttato al vento il primo mese della vita del mio secondo bambino.

Non sprecai ulteriore fiato perché nei mesi precedenti ne avevo buttato via fin troppo e scrissi un messaggio dove semplicemente dicevo di volerla chiudere li. Un messaggio seguito solo il giorno dopo da una telefonata che richiedeva spiegazioni e dove io, in modo molto spicciolo, dissi che avrebbe avuto delucidazioni dal mio avvocato.

Non so cosa e come quelle parole fecero scattare qualcosa in lui ma, da quel giorno, fu come se Salvo si fosse risvegliato.
Iniziò a chiamarmi per chiedermi die bambini, iniziò a chiedermi se avevo bisogno di un sostegno economico e, sempre più di frequente, si recò a casa la sera per stare un po’ con noi.
Poi ce ne fu una, l’ultima in cui parlammo molto, dove riepilogammo gli accaduti fino a quell’istante ammettendo gli errori di entrambi, confessando cose che nessuno dei due, in altri momenti, avrebbe mai ammesso e rendendoci conto che, in realtà, ambedue avevamo voglia di ricominciare anche se, non nego, che io in merito ero molto molto perplessa.

Misi in chiaro i miei pensieri come lui mise in chiaro i suoi e ci servì del tempo per ricarburare e recuperare la fiducia ormai volatilizzata ma, alla fine, a settembre (quindi sei mesi dopo quel 4 marzo) decise di ritornare a casa permettendoci di essere ancora una famiglia o, quanto meno, di riprovare ad esserlo.
I mesi successivi non furono tutti rose e fiori ma arrivò una proposta di matrimonio, arrivò la serenità e lui decise di lasciare quel lavoro di merda che tanto lo aveva cambiato, riuscendo persino ad ammettere a se stesso che così era stato.

Io dovetti combattere con i mostri del mio passato tra chiacchiere di paese che finalmente iniziavano a svanire (facendone iniziare altre sul fatto che ero stata un’idiota nell’aver deciso di rimettermi insieme al padre dei miei figli e, altre ancora, che è meglio evitare di scrivere) e il terrore di ricadere nei vecchi errori.
Uno di questi errori, seppur banale rispetto a tutto quello che fino a quel momenti avevo vissuto, fu il riprendere a fumare.

Dopo ben due anni e mezzo fumai la mia prima sigaretta schifandola e trovandomi rivolta sul gabinetto per tirare su anche l’anima.
Ma dopo tanta tensione sentita e lacrime versate, era l’unica cosa di cui avevo un forte desiderio e bisogno per poter distendere i nervi sempre così fortemente tesi.
Fu così che ripresi a fumare. Lo stress fa male ma il dolore, è il peggior deterrente per ricadere in un vizio, anche se quel dolore, all’apparenza, sembra svanito.

Un dolore di cui parlo dopo quattro anni con la stessa tristezza con cui l’ho vissuto perché, quella tristezza, seppur affievolita dal tempo, è sempre li.

Nonostante tutto, oggi, ho un marito che farebbe invidia a chiunque. Responsabile, premuroso, molto amato e che sa amare a sua volta.
Ho un marito che sa prendersi le sue responsabilità e che non lo fa perchè deve, ma perchè vuole.
Ho un marito che sa dividere la fatiche di una coppia e che ogni giorno fa dei sacrifici immensi per la stessa. Un uomo che ha saputo trasformarsi da bambino viziato a ciò di cui ha davvero bisogna una famiglia.
Un marito meraviglioso e un padre amorevole che non sa stare per più di mezza giornata senza sentire i suoi bambini e che chiama sua moglie ogni volta che ne ha la possibilità, anche se queste dovessero presentarsi venti al giorno.

Mi chiedono spesso perché “parlo male” di Bagnara.

Dopo questo racconto, sfido chiunque a non tenere nel culo degli individui che nel periodo più brutto della tua vita non hanno fatto nient’altro che infierire sulla tua persona. Sfido chiunque a non vedere del marcio nella maggior parte dei soggetti che ti circondano considerando che, dopo il nostro accaduto, ce ne sono stati altri, esattamente come ci sono state altre chiacchere cattive e senza cuore.
E te ne sbatti se il paese è piccolo e la gente mormora: la gente deve farsi i cazzi suoi perché è così che si campa cent’anni e perché, spesso, in casa loro, hanno problemi ben più importanti a cui pensare.

Mi dicono spesso che ho una famiglia bellissima.

Ed è vero. Non posso dire che non lo sia. Mentirei.
Oggi sono felice, innamorata come il primo giorno e contraccambiata come di meglio non potrei desiderare. Ma gli ostacoli che abbiamo dovuto superare per arrivare ad oggi, non li conosce nessuno. Questi sopra sono una minima parte dei sei mesi di torture e pianti in mezzo alla strada con il pancione tra le mani supplicando un minimo di attenzione, mentre le persone ti additavano come una poveraccia senza mai fermarsi a riflettere sul “cosa farei se succedesse a me?”.

Mi dicono spesso: vorrei essere come te.

E con una modestia che non mi contraddistingue, dico a gran voce che lo auguro a tutti. Perché, per prendere determinate scelte, ci vogliono due palle grandi quanto palloni aerostatici. Perché per non piangere davanti ai tuoi figli, quando tutto quello che credevi possibile era invece solo una bolla di sapone che svanisce con il primo alito di vento, ci vuole coraggio ma soprattutto forza, perché nulla è semplice e perché la vita è dura per tutti, per un motivo o per un altro.
Ve lo auguro perché, dalla persona pessimista che ero, ho imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno e perché, il fondo, a mio parere, l’ho toccato davvero con il culo.
L’ho toccato economicamente, l’ho toccato sentimentalmente e l’ho toccato emotivamente.

Non voglio paragonare la mia storia ad altre.

Ognuno di noi vive e si comporta di conseguenza in base ai propri problemi e mi rendo conto che, nella vita, ci può essere sicuramente di peggio (cosa che non intendo affatto scoprire), ma io so come ci si sente in queste situazioni. So quello che si passa, so come lo si vive e so come si cerca di sopravvivere per amore dei tuoi figli quando il mondo ti crolla letteralmente addosso insieme a quelle poche certezze che credevi di avere, giorno dopo giorno.
Però tutto si supera e solo alla morte non può esistere rimedio. Lo dice una che di persone alle quali voleva bene ne ha perse persino troppe.

Ma, soprattutto, lo dice una persona che ne ha viste e vissute più di quanto avrebbe voluto anche prima che accadesse tutto questo.

Sinceramente l’anno scorso non pensavo saremmo arrivati ad oggi, però sono contenta… perché vuol dire che, se oggi siamo insieme, quello che ho pensato quando ti ho conosciuto, nel settembre del 2007, era vero. E che non mi sono sbagliata…
Queste sono le parole con le quali, il 13 luglio 2015, inizia il video di anteprima del nostro matrimonio.

©MammaCheVita - Tutti i diritti riservati

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26 comments

Lidia 3 Marzo 2018 - 17:11

Grande Giada sei davvero una donna con le Palle!!!! Tanta stima x te !!! ❤❤

Reply
Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:41

Diciamo che ogni tanto me lo dico da sola per farmi forza. Da oggi, quando crederò di non riuscire in qualcosa, leggero questo commento ❤️❤️❤️

Reply
Martina 3 Marzo 2018 - 17:36

❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️

Reply
Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:42

❤️❤️❤️❤️

Reply
Sonia 3 Marzo 2018 - 17:38

Poche persone sono in grado di superare queste montagne, tu ce l’hai fatta e sei da ammirare con tutto il cuore!!

Reply
Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:43

Io non credo che siano poche, credo invece che il coraggio arrivi quando non c’è più via di scampo e sei costretto a fare una scelta che ti l’ho cambiare la vita. La felicità deve essere un diritto di tutti e noi abbiamo deciso di prenderci la nostra. Per fortuna è andata alla grande ❤️

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Caty56 3 Marzo 2018 - 17:55

È quasi un anno che ti ho scoperta ma ho capito subito che avevamo lo stesso carattere , anch’io le cose le dico in faccia pur sapendo di farmi del male,ora ho scoperto che abbiamo un passato quasi uguale anche se io ho 62 anni ed erano altri tempi il finale è uguale.quesr’anno sono 42di matrimonio.Ti dico solo che ho letto tutto d’un fiato tra le lacrime,un grande abbraccio e ti voglio bene ancora più di prima

Reply
Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:46

42 anni di matrimonio?? Oddio che spettacolo! Io mi auguro di arrivarci non perché temo che le cose tra noi posano andare make perché mio marito è una delle poche cose certe che ho nella vita, ma perché non so se arrivò a vivere per altri 39 anni!!!
Grazie di cuore per ciò che hai scritto ❤️❤️❤️

Reply
Alessandra 3 Marzo 2018 - 18:36

Super donna super mamma….. dopo queste righe ho capito ancor di più quanto sei forte! Si sbaglia purtroppo ma si rirorna sui propri passi! Ciao family❤

Reply
Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:47

Amica mia❤️❤️❤️

Reply
federica 3 Marzo 2018 - 20:57

Grande Giada
❤❤❤❤❤

Reply
Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:40

Grazie ❤️❤️❤️

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Sabrina 3 Marzo 2018 - 21:16

Grande Giada nn ti conosco di persona ma seguendoti nelle story si capisce che sei una donna forte spigliata simpatica e che niente e nessuno può fermarti nemmeno nei momenti difficili…un abbraccio ❤️

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Giada Lopresti 3 Marzo 2018 - 21:40

Grazie infinite! Diciamo che io cerco di fare del mio meglio. Il mio peggio… beh quello lo tengo per me XD

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Eleonora 3 Marzo 2018 - 22:22

Sono tanto orgogliosa di te piccola Giada ♥️ti ho tenuta in braccio che avevi pochi giorni di vita e amata da subito. Bella dentro e fuori.

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Giada Lopresti 4 Marzo 2018 - 8:34

Grazie zia Lella❤️❤️❤️

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Alice 3 Marzo 2018 - 22:25

Ma cosa sei Giada, cosa sei?? Cosa siamo noi donne , cosa sappiamo fare? Orgogliosa di te e orgogliosa ci siano donne come te, come noi. Power❤️

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Giada Lopresti 4 Marzo 2018 - 8:35

Grazie Alice ❤️❤️❤️

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Miriam 3 Marzo 2018 - 22:38

Giada mi hai commossa! Sei una donna con le palle, davvero! Sei molto forte e sinceramente penso che se hai superato questa cosa, non ti fermera’ mai niente e nessuno nella vita! Un abbraccio virtuale!

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Giada Lopresti 4 Marzo 2018 - 8:36

Oddio… é quello che spero! Chiamatemi caterpillar

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Stefania 3 Marzo 2018 - 22:42

Sono alla 32 settimana di gravidanza e alla fine dei 3 mesi mi sono sentita dire delle cose molto brutte dai genitori del mio ragazzo… cose e atteggiamenti che mi hanno scatenato ansie, attacchi di panico e che ancora mi sogno e sono impresse dentro di me…ho chiesto scusa più volte al mio piccolino che ancora cresce in me ma col terrore di avergli fatto del male.
Sei una gran donna Giada è una gran mamma!

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Giada Lopresti 4 Marzo 2018 - 8:44

Credimi… so bene quello che vuoi dire. Ma posso anche dirti che supererai tutto, ti servirà tempo ma ce la farai❤️

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ElyPinny 3 Marzo 2018 - 23:43

Tesorina….❤️
“…Per stare in quella che per sempre rimarrà casa mia…”
Sei una gran bella persona Giada e io sono enormemente convinta che Salvo sia un ottimo papà e marito, per tutti ci sono i periodo o i momenti neri, è proprio da questi che dobbiamo imparare … difficile anche dimenticarli.. ma si accantonano in un angolino nascosto nascosto del nostro cuore …. detto questo siete una famiglia invidiabile veramente e io ti auguro che tu possa avere sempre stampato in faccia quel tuo sorriso che ti contraddistingue perché sei fantastica cosi❤️
Tvb

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Giada Lopresti 5 Marzo 2018 - 12:22

Grazie Ely… di cuore❤️❤️❤️

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CarlaSamboraBattaglia 4 Marzo 2018 - 1:14

❤️❤️❤️

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Giada Lopresti 5 Marzo 2018 - 12:22

❤️❤️❤️

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