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Sogni realizzati a metà

by Giada Lopresti

Il 30 luglio mio marito partiva per una nuova avventura. Un’avventura che lo coinvolgeva ma che, di riflesso, coinvolgeva anche tutto il resto della nostra famiglia.
Era l’inizio di una vita vita da solo per lui e l’inizio di una nuova vita per noi senza la sua costante presenza.

Un inizio pieno di buoni propositi ma soprattutto di grandi speranze. Un inizio che doveva rappresentare finalmente un sogno avverato e un futuro migliore.
L’inizio di sei mesi per un nuovo lavoro che sarebbe dovuto essere una specie di luce in fondo al tunnel nella speranza che questi sei mesi, alla scadenza, si sarebbero trasformati in qualcosa di più importante.
Un momento atteso dopo anni di precariato, di stipendi non arrivati e di “in qualche modo ci arrangeremo”.

Sei mesi vissuti lontano da noi come noi lontano da lui, dove le occasioni per poterci vedere e stare insieme sono state poche e spesso brevi, ma godute fino all’ultimo istante.

Sei mesi di tempo in cui abbiamo provato a progettar il nostro futuro immaginando come sarebbe dovuta essere una nuova vita in cinque finalmente di nuovo tutti insieme.
Cosa avrei fatto io, come ci saremmo gestiti le giornate nel lungo termine, in quale scuola avremmo iscritto i bambini: tutti, Enea compreso. Perché i suoi orari avrebbero consentito una gestione diversa anche se forse migliore e i miei avrebbero permesso a tutti noi di goderci di più l’uno degli altri potendomi dedicare al massimo a quello che amo fare.

Abbiamo atteso gennaio con una speranza nel cuore che non ci ha mai abbandonati.

E quando gennaio è arrivato le palpitazioni hanno iniziato a farsi sentire più vivide che mai.

“Quando ti faranno sapere qualcosa?”
“Probabilmente una settimana prima della scadenza”
Poi una telefonata: “amore mi rinnovano il contratto”.

La felicità alle stelle, l’entusiasmo incontenibile mi portarono a sommergerlo di domande ma, la più importane a cui dover ricevere una riposta era “per quanto?”
“Ancora non lo so ma la tempistica varia dai tre ai cinque mesi”
“Dai tre ai cinque mesi? E noi come facciamo con i bambini? Come faremo se ci decidiamo di trasferirci a Torino e rimani senza lavoro?”

Una felicità spenta in pochissime parole.

Attendere mesi con tutte le conseguenze del caso, con la speranza che i sacrifici fatti portassero ad una conclusione migliore. Ma chi saremmo dovuti essere noi per meritarci più di tante altre famiglie nella nostra situazione o addirittura peggiore?
D’altronde c’è gente che vive così per anni e averlo fatto solo per sei mesi dovrebbe o quanto meno potrebbe essere considerata una fortuna. Eppure la delusione c’è stata: almeno la mia e almeno in parte.

Un delusione parziale dettata dal desiderio di qualcosa di più che si dovrà attendere ancora.

Perché per carattere negli anni ho imparato ad apprezzare quello che si ha ringraziando solo per il fatto di poterla possedere e un lavoro, nonostante non sia ancora definitivo, oggi è una gran bella fortuna.
Soprattutto se si parla di un lavoro così sottovalutato come può essere il portalettere. E so che è sottovalutato perché io per prima l’ho fatto.

Un lavoro che non guarda il meteo e che sia con quaranta gradi all’ombra che con una pioggia battente nel gelido inverno del nord ti porta a girare per le vie di una città portando non sempre buone notizie. Perché dai racconti mio marito ho appreso che la gioia del ricevere un pacco tanto atteso non è paragonabile alla scocciatura dell’ultima bolletta o dei quintali di pubblicità all’interno di una casella della posta.

Dai suoi racconti ho però percepito anche quanto tutto questo sia importante: importante per il bellissimo rapporto che si crea con gli utenti che si affezionano a te e che ti attendono anche con in mano un caffè caldo per far si che la giornata non sia poi così gelida. Ho compreso che l’affetto delle persone spesso supera le apparenze e che la gentilezza e un sorriso dato anche in una giornata no può cambiare l’umore di qualcuno.
Tutto questo da parte di un uomo che sapevo avrebbe potuto compiere grandi e piccole imprese perché è impossibile non voler bene a mio marito o non affezionarsene, e non lo dico perché l’ho sposato ma perché è così da sempre.

Nonostante tutto però il problema rimane. Come faremo? Dove vivremo? Ma soprattutto come ci organizzeremo per la scuola dei bambini? Perché i due più piccoli frequenteranno l’asilo e questo ci permetterà di muoverci ancora a nostro piacimento ma il più grande di loro inizierà le elementari e la scuola si sa, crea dei vincoli importanti.
Ma anche potendo ovviare questo problema sia io che mio marito non vorremmo mai che loro passassero i prossimi anni tra due città così diverse l’una dall’altra, con mentalità e abitudini ben distinte che non consenta loro una vera e propria stabilità.
Perché quando hai dei figli nulla può essere lasciato al caso, non si può vivere alla giornata ma soprattutto necessitano delle sicurezza. E non intendo solo sotto il  punto di vista economico.

E così abbiamo azzardato.

Abbiamo comunque voluto iscriverli a Torino nell’attesa che questi nuovi cinque mesi siano un’attesa piena di altre speranze che non debbano crollare ancora una volta.
Li abbiamo iscritti a Torino perché in tutti i casi a giugno (periodo in cui scadrà il contratto di mio marito) avremo comunque la possibilità di confermare o disdire l’iscrizione chiedendo il nullaosta per gli istituti di Bagnara. Sperando ovviamente che questo non sia necessario.

Abbiamo voluto osare perché credere nel nostro futuro è l’unica cosa che ci da la forza di non mollare ma soprattutto perché la speranza di una vita migliore è ciò che ogni giorno non fa impazzire mio marito quando rientrando a casa nel post lavoro si ritrova da solo con la compagnia dell’unico suono che rimbomba tra le mura di casa: la sua voce.
Un silenzio che si fa ogni giorno più insopportabile e che mi chiedo come possa riuscire a superare ogni momento.

E non che anche a me non piacerebbe dormire una notte consecutiva, godermi il silenzio o vivere qualche momento di pace ma se per avere tutto questo dovessi vedere i miei bambini una sola volta al mese non credo riuscirei a sopportarlo. E lo ammiro molto per la forza che ha nel riuscire in tutto questo.

Quello che dopo mille parole posso ancora dire è che nonostante tutto non me la sento di lamentarmi.
Nonostante tutto questo può ancora diventare una nuvola di fumo, nonostante possa ancora trasformarsi in una totale illusione e delusione, sento di volerci e doverci credere perché ne abbiamo bisogno e perché la pazienza e la tenacia, prima o poi, vengono sempre premiati.
Dobbiamo solo attendere che quel poi arrivi anche per noi. Magari il prima possibile.

 

©MammaCheVita - Tutti i diritti riservati

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4 comments

Tiziana 1 Febbraio 2018 - 19:46

Vi auguro che la risposta definitiva e positiva arrivi il prima possibile!! ❤️

Reply
Giada Lopresti 7 Febbraio 2018 - 1:40

Grazieeeee!!! :*

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Carmen 9 Febbraio 2018 - 0:04

In bocca a lupo per tuo marito!!io ho fatto la postina per ben 12 anni..ho iniziato a 22 anni e adesso da un anno sono passata a fare L impiegata allo sportello!!so benissimo cosa vuol dire..freddo che nn riesci più a muovere le dita dei piedi..pioggia che ti entra pure nelle mutande..cani che abbaiano appena ti sentono arrivare e che se nn ci sarebbe il cancello a dividerti ti mangerebbero…ma è anche il calore della gente che si affezziona a te,che ti aspetta con una caramella o un caffè o un semplice sorriso..e la libertà che adesso chiusa in ufficio nn ho più!!!augurona tuo marito di essere assunto a tempo indeterminato..so che adesso ci sono più possibilità dopo i due anni di rinnovi di contratto!!!!un grande in bocca a lupo carmen

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Giada Lopresti 22 Febbraio 2018 - 4:42

Non avresti potuto descrivere meglio il lavoro del portalettere… credimi! E auguro a mio marito e a chi è nelle sue e nelle nostre stesse condizioni di potersi realizzare diventando parte integrante di qualcosa di più grande e sicuro perchè sono convinta che tutti abbiano bisogno di avere delle certezze.
Un abbraccio.
Giada

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