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A piccoli passi – Biomecanics

by Giada Lopresti

Quando ripenso alla mia infanzia non tutti i ricordi sono vividi.
Molti con il tempo si sono affievoliti lasciando spazio a nuovi momenti da portare nel cuore e nella memoria mentre altri si sono in qualche modo fossilizzati dentro di me come se oltre a non volerli cancellare, già sapevo che un giorno si sarebbero resi utili nel mio futuro.

Ne custodisco molti di bellissimi che associo a profumi, momenti, persone e che ti fanno rivivere dei flashback improvvisi riproiettandoti nel passato come se in realtà passato non fosse mai.

Poi ci sono delle situazioni che ricordi meno volentieri e non perché siano stati particolarmente spiacevoli ma semplicemente perché in qualche modo ti hanno segnato facendoti prendere decisioni nel futuro in contrasto a quelle vissute.

Se penso ad esempio a quando il mio papà mi portava a farei vaccini, ricordo perfettamente che tra di noi c’era un compromesso: io non piangevo, mi comportavo da dura senza lamentarmi e lui in cambio mi permetteva di mangiare un Duplo dopo la puntura.
Mi prendeva per la gola è vero. Però non solo ha sempre funzionato ma è stato anche grazie a questa nostra routine che io ad oggi non ricordo un solo pianto o un solo lamento per una puntura tranne per quelle di progesterone ai tempi del distacco di placenta del mio bambino. Ma quelle fanno male davvero.

Quando ricordo quei momenti ripenso a come il mio papà sia stato in gamba nel mettermi alla prova e di come io sia stata abile nell’accettare le sue sfide vincendole ogni volta.

Ci sono poi ricordi che così poi così gustosi non lo sono affatto.

Alcuni di questi sono indubbiamente le visite di controllo che regolarmente facevo dal podologo.

Non ricordo esattamente quante estenuanti e noiose visite abbia fatto durante la mia infanzia e non voglio ricordare  con quale cadenza i miei genitori si prodigassero nel portarmi a fare le visite di controllo, ma quello che purtroppo ricordo vividamente è che ero obbligata a mettere un odioso plantare duro e scomodo.

Soffrivo (e soffro tutt’oggi) del paramorfismo piede piatto. Un incubo per me da sempre più per le torture che trent’anni fa mi venivano applicate che per i problemi che sicuramente con il tempo mi potrebbe creare la camminata o postura scorretta.

Ricordo bene che nonostante io non abbia mai amato andare a scuola, avrei preferito dormire in classe di notte che andare a farmi visitare i piedi.

Il plantare che il medico (e di conseguenza i miei genitori) mi obbligava ad utilizzare era una suola in cuoio durissima con un rialzo all’altezza dell’arcoplantare che sembra più una pallina da ping pong che una forma di sostegno.
Non riuscivo a camminare, i piedi mi facevano malissimo e non appena i miei genitori non mi vedevano facevo il possibile per non utilizzarli sfilandoli via.

Il classico comportamento di una bambina che non comprende e non può comprendere l’importanza di un determinato oggetto e che venti e passa più anni dopo, alla donna che è diventata ammette che forse avrebbe potuto almeno provarci.
Però erano scomodissimi, questo ci tengo a precisarlo. Quindi massima comprensione nell’averenla sensazione di camminare sulle uova.

Da mamma oggi mi è molto più facile comprendere alcuni comportamenti che in passato i miei genitori hanno avuto nei miei confronti.

Mi ritrovo nella loro stessa situazione quando devo far capire ai miei figli ancora troppo piccoli che quando la mamma decide di fare una cosa tendenzialmente è una scelta presa per il loro bene.

Non sono brava come mio papà ai tempi lo era con me nel convincere i miei figli a fare un vaccino senza dover affrontare una lotta quasi all’ultimo sangue, ma in compenso per quanto riguarda le scarpe probabilmente me la cavo molto meglio.

Da loro ho infatti imparato che, soprattutto vista la mia esperienza, è sempre meglio investire sulle cose importanti tralasciando quelle che possono riguardare aspetti più futili.
Ergo: meglio spendere qualche soldino in più per un buon paio di scarpe e comprare una maglietta al mercato piuttosto che viceversa. 

Proprio a causa della mia pessima esperienza passata e attuale, ho sempre cercato di stare molto attenta ai piedi dei miei figli. Forse per fissazione o più semplicemente per paura che potessero ritrovarsi a dover passare quello che ho passato io (nonostante i miei genitori spendessero un patrimonio in scarpe di ottima qualità).

Fin dai primi passi di Cesare infatti le scarpe sono state un mio cruccio.

Spendevo intere giornate nel guardare modelli su modelli delle marche più note. Ne controllavo la gomma, la suola interna, l’appoggio del tallone, la morbidezza.
Probabilmente anche a causa della mia deformazione professionale (ho venduto scarpe per anni) ero così puntigliosa nel fare una selezione che difficilmente riuscivo ad essere soddisfatta delle scelte e degli acuisti.

Sarà che poi sia Cesare che Vincy fin da subito hanno mostrato dei piccoli difetti nel loro modo di camminare che per me era fuori questione il fatto di valutare di acquistare delle scarpe non ben strutturate.

Ne abbiamo provate molte, ne ho acquistate tante ma da quando abbiamo provato i modellini di Garvalin scelti per il giorno del nostro matrimonio ormai quasi due anni fa, onestamente non le abbiamo più lasciate.

Cesare da allora ha avuto un innamoramento platonico e Vincy, da bravo fratello copia/incolla, ha sempre seguito il fratello maggiore a ruota libera.

I miei figli hanno indossato Garvalin sempre o quasi negli ultimi due anni e ne sono davvero rimasta molto soddisfatta ma visto che tendenzialmente la mia scelta estetica si basava su scarpine dalla fattura più elegante (come i mocassini che adoro), crescendo Vincy si è dimostrato un terremoto capace di distruggere tutto ciò che tocca nemmeno se fosse Attila il flagello di Dio.

Per lui quindi da Garvalin sono direttamente passata a Biomecanics.

Un brand di scarpe che ha il riconoscimento come Ente Collaboratore dell’AEP – Asociacion Espanola de Pediatria e il coinvolgimento dell’Instituto de Biomecánica – IBV a garanzia della tecnologia usata per realizzare le scarpine.

Le scarpine di Biomecanics infatti oltre ad essere esteticamente belle e per lo più prettamente sportive sono adatte ai bambini che come mio figlio, con delle semplici scarpe da tennis sarebbero in grado di scalare l’Himalaya.

Sono fornite di una protezione sulla punta ideale per un uso intensivo, hanno un imbottitura laterale e sul tallone, favoriscono il movimento naturale del piede e tra le altre tante caratteristiche hanno anche un plantare antibatterico estraibile e lavabile.

So tutto questo perché come già detto per le scarpe ho da sempre una grande fissazione e un giorno trovai un infografica sul prodotto in una rivista dedicata a prodotti per bambini. Fu così che me ne innamorai.

Vincy è come me. Distrugge le scarpe solo indossandole.

Eppure dopo quasi quattro mesi che indossa solo i suoi scarponcini marroni se non fosse per la normale usura della suola, le sue scarpe sembrano praticamente nuove.
A breve comunque, nuove o meno, dovremmo cambiarle un altra volta, sia perché si sta avvicinando il periodo caldo e sia perché nonostante abbia solo due anni e mezzo il suo numero di piede è già arrivato a toccare un bel ventotto.

È vero infatti che è importante che il piede venga avvolto nel modo più natura possibile dalla calzatura ma è altrettanto vero che bisogna costantemente monitorare la crescita dello stesso per evitare che venga costretto in uno spazio troppo piccolo o non idoneo alla temperatura esterna.

Ma se i primi anni sono quelli più dispendiosi sotto questo punto di vista, quando penso al suo e al loro futuro mi batto da sola una mano sulla spalla osservando il mio impegno nel cercare di aiutare al meglio il loro sviluppo.
Soprattutto per evitare che finiscano come me o sarebbe meglio dire, per evitare che i loro piedi possano anche solo lontanamente avvicinarsi ai miei.

Cosa che non auguro a nessuno. Figuriamoci ai miei figli 🙂

#biomecanics #camminataconsolidata

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