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Non dimenticare tuo figlio. Usa Tippy

by Giada Lopresti

Quando ero bambina, andare in vacanza significava dover attraversare tutta l’Italia in auto in compagnia di mia mamma e di mio papà.
Partivamo dall’hinterland milanese dopo aver riempito il bagagliaio dell’auto tanto da non riuscire a far entrare nemmeno uno spillo per raggiungere, 1208 chilometri dopo, un piccolo paese della provincia di Reggio Calabria.

Non appena usciti dal cortile di casa, lo ricordo come il tempo non fosse mai passato, facevamo il segno della croce chiedendo protezione per il lungo viaggio che ci aspettava. Ci incamminavamo verso l’autostrada e io, qualche chilometro dopo essere partiti, mi adagiavo nei sedili posteriori stendendo le gambe fino a ritrovarmi sdraiata in quella parvenza di letto che ogni volta i miei preparavano per me.
Viaggiavo senza seggiolino: un accessorio che non credo di aver mai utilizzato ma che, so per certo, esisteva anche negli anni 80 e 90.

Attraversavamo lo stivale nel cuore della notte impiegando anche sedici ore per arrivare a destinazione, fortunatamente sempre indenni.

Una volta raggiunta quella che allora era la casa dei miei nonni e dopo aver sistemato tutti i bagagli alla bene in meglio per poter correre in spiaggia già il primo giorno, puntuale quasi ogni anno, alla tv uno dei fatti di cronaca che spesso sentivo e di cui ancora  ho memoria, erano episodi dove, i genitori, ripartivano dagli autogrill dopo un rifornimento o dopo una sosta dal viaggio dimenticandosi nell’aera di servizio un figlio e accorgendosene solo a chilometri di distanza se non, addirittura, una volta arrivati a destinazione.

Lo ricordo perché a casa, poi, se ne parlava per giorni tra lo stupore di tutti.

Uno stupore che coinvolgeva anche me condizionata sicuramente dai commenti degli adulti di cui ero circondata.

“Come si fa a dimenticare un figlio in autogrill?” “Come fai a non accorgerti che, in auto, manca un passeggero?
Eppure succedeva. Era forse strano da comprendere, ma accadeva piuttosto spesso.
Anno dopo anno, questa vicenda si è ripetuta. Ha coinvolto diverse famiglie, diversi genitori e diversi bambini.

Anno dopo anno, ha continuato ad accadere nonostante fosse un argomento che, con l’arrivo dei weekend da bollino rosso e nero, si sapeva già potesse succedere e dove, nonostante tutto, il fatto si è replicato nel tempo.

“I genitori sono distratti” “Quella mamma e quel papà non vogliono bene al loro bambino”.
Queste alcune delle frasi sentite e memorizzate senza però conoscere, almeno ai tempi, la causa di un fatto così “sconvolgente” e inaccettabile.
Fatti che, trent’anni dopo, nonostante gli aiuti, nonostante i tempi più moderni e nonostante l’evoluzione incredibile avuta nella società, accadono ancora. Anche se in modalità diversa e, purtroppo, più grave.

Negli anni 80 e 90, molti disturbi non avevano un nome. Disturbi comuni che però non venivano considerati tali ma solo giudicati a prescindere come errori disumani.
E l’essere in grado di dimenticare un figlio era un errore che non ci si poteva permettere di commettere.

Un figlio non è un cellulare o un mazzo di chiavi. Un figlio non può essere dimenticato perché dimenticare un figlio è impossibile.

Se sulla prima parte siamo tutti d’accordo, sulla seconda, almeno personalmente, non può e non deve essere così.

Trent’anni dopo quegli episodi degli autogrill, con una testa pensante e una bocca parlante in totale autonomia, posso dire con assoluta certezza che dimenticare un figlio da qualche parte è possibile.Se di dimenticanza possiamo parlare.
Forse, infatti, il problema di fondo è proprio questo: nel descrivere un grave accaduto come quello di “dimenticare un figlio”, viene semplicemente utilizzato il verbo sbagliato. Dimenticare non è ciò che realmente accade.

Trent’anni dopo quegli episodi degli autogrill, il verbo dimenticanza ha un altro modo per essere descritto in quello che è un reale disturbo che CHIUNQUE può riscontrare. Un disturbo che divide fisicamente la mente dal corpo e che automatizza quest’ultimo convincendo il cervello di aver compiuto un’azione mai accaduta.
Questo disturbo ha un nome e si chiama amnesia dissociativa.

Quello che ancora molti non sanno dell’amnesia dissociativa è che non è una patologia che si può curare. Non è un male che colpisce solo una percentuale di persone.
L’amnesia dissociativa è un disturbo che può colpire chiunque come una febbre, un’influenza, o un mal di testa. Un disturbo che può colpire tutti per poi andarsene esattamente com’è venuto. Non è permanente, ma momentaneo.

È un lasso di tempo in cui la tua testa “cammina in autonomia” facendoti dimenticare qualcosa. Anche qualcosa di molto importante come può essere un figlio.
E se trent’anni fa si trattava di “dimenticare un bambino” dopo un pieno i benzina, oggi succede di dimenticarli in auto con la certezza di averli portati all’asilo o dai nonni per poi scoprire, spesso tragicamente, che non hanno mai abbandonato la vettura.

Oggi ancora molti bambini, in Italia e nel mondo, sono vittime di “dimenticanza”.

I genitori di quest’era vivono in un clima spesso frenetico e costantemente sotto pressione a causa di problemi di lavoro, economici o del semplice cercare di incastrare ogni cosa facendo del proprio meglio.
Gli stessi genitori che si ritrovano a dover passeggiare per intere notti avanti e indietro per una stanza cercando di calmare un pianto o che, quando va bene, si svegliano decine di volte nell’arco di poche ore per dare da mangiare al proprio bimbo.
Gli stessi che, incuranti della stanchezza, diligentemente e senza lamentarsi vanno al lavoro ogni giorno nonostante le occhiaie e le ore di sonno che mai recupereranno.

Situazioni di forte stress, di grande stanchezza e/o preoccupazione dettate da migliaia di fattori che possono mandare la testa in tilt e che, con il tempo, possono prendere il sopravvento prevaricando la lucidità della mente umana. Perché tutti i genitori sono umani ma i nostri corpi sono macchine. E anche le macchine prima o poi si possono guastare.

Non è un caso quindi che con l’aumentare costante di questi episodi, negli ultimi anni qualcuno ha anche pensato a come cercare di combattere il disturbo dell’amnesia dissociativa facendo si che più bambini possano essere salvati da questi tragici incidenti. Esattamente come non è un caso che molti genitori siano ancora scettici sul come sia possibile “dimenticare”.

È così che quindi nasce Tippy: un cuscinetto universale che ti avvisa della presenza del bambino sul seggiolino.

Tippy è uno smartpad a tutti gli effetti. Un cuscino molto sottile che reagisce alla pressione causata dal peso del bambino posizionato sopra di esso.
È estremamente semplice da utilizzare perché va collocato sulla seduta del seggiolino dove, il lato più ampio e quindi di appoggio, al suo interno contiene alcuni sensori di rilevamento.

La sua forma lo rende compatibile con tutti i tipi di seggiolini, anche quelli privi di attacco centrale per la chiusura a tre o cinque punti (compresi i seggiolini Cybex e similari) e si utilizza grazie allo smartphone.

Il collegamento tra Tippy e lo smartphone avviene tramite bluetooth e apposita app (applicazione compatibile sia con sistemi Android che iOS) che rileva automaticamente il dispositivo anti-abbandono Tippy non appena si entra nell’abitacolo e consentendo così un totale controllo da parte di chi guiderà l’autovettura.

In caso di allontanamento dalla vettura e se il bambino è ancora presente sul seggiolino, lo smartphone inizierà ad emettere un suono molto forte (davvero molto forte e impossibile da ignorare) sotto forma di allarme acustico che ci avviserà della presenza del bambino in auto. Questo segnale si attiva dopo aver percorso a piedi circa tre/quattro metri di distanza dalla vettura permettendo il tempestivo intervento di chi era alla guida.

Nell’ipotetico caso che questo allarme acustico non venga avvertito per cause diverse (quali un malore improvviso o altro), dopo circa altri trenta secondi viene inviato un messaggio a due numeri impostati in precedenza nell’app Tippy in fase di registrazione. Messaggi che vanno a segnalare l’esatta posizione della vettura avvisando della presenza del bimbo in auto e dell’imminente pericolo.
Questo permette, a chi riceve il messaggio di allarme, di poter provvedere tempestivamente nel recarsi nel luogo in cui è stata parcheggiata l’autovettura o avvertire le forze dell’ordine del rischio che il bambino sta correndo.

Perché pur sembrando assurdo, si può “dimenticare un bambino” in auto. Tutti possono farlo.

Già nel recente passato ho parlato di un nuovo sistema all’avanguardia progettato per salvaguardare i bambini da questi pericoli e “distrazioni involontarie” ma, come già detto e ripetuto più volte, non se ne parla mai abbastanza.

Tippy, al contrario di altre idee in commercio e come già specificato, è universale e adattabile a qualsiasi tipo di seggiolino. Rendendo quindi ogni modello in commercio e di qualsiasi marca, sicuro da eventuali pericoli.
Si può utilizzare per salvaguardare la vita dei più piccoli che facilmente si addormentano in auto facendo si che la loro presenza in qualche modo si annulli. Ma può salvaguardare anche quella dei bambini più grandi che, pur essendo più autonomi e in grado di comunicare un esigenza o una minaccia, possono non essere in grado, in uno specifico momento, di comprendere quanto in quel momento la loro vita sia rischio. Anche semplicemente addormentandosi durante un lungo viaggio.

Lo dico perché, ritornando agli accaduti dei miei ricordi di bambina, la maggior parte dei bambini dimenticati trent’anni fa nei vari autogrill erano in grado di comunicare con chi glie era vicino fornendo i dati necessari al rintracciamento dei genitori, eppure si ritrovavano lo stesso senza di essi. Pur essendo una “dimenticanza” inversa.

Sono sempre più convinta che i dispositivi anti-abbandono dovrebbero essere obbligatori per legge.

Esattamente come dovrebbero essere obbligatori per coscienza perché nessuno in questo mondo può ritenersi infallibile seppur convinto che l’amore verso la propria progenie sia così grande da non accettare che possa essere essere possibile.

Con questo post quindi vorrei che tutte le persone si fermino a riflettere che tra genitori non dovrebbe esserci competitività sull’affetto provato verso le persone che ci circondano e per le quali, spesso, viviamo. Ci dovrebbe essere più comprensione e più accettazione perché il nostro compito è quello di tutelare i nostri figli al meglio delle nostre possibilità.
E questo aiuta a riflettere anche sul fatto che forse, bisognerebbe partire dalle basi. Magari riuscendo a vedere più bambini ancorati al corretto seggiolino auto e genitori più preoccupati verso qualcosa che potrebbe togliere loro, in qualsiasi momento, ciò che hanno di più caro.

Usare il seggiolino è un obbligo per legge, usare Tippy è una scelta di coscienza consapevoli dei propri limiti. Consideriamo sempre però, che entrambi sono ciò che di meglio ognuno di noi dovrebbe preferire. Sempre.

Tippy è acquistabile su Amazon e presso rivenditori autorizzati in tutto il territorio italiano visualizzabili tramite l’apposita pagina di ricerca all’interno del loro sito ufficiale.

<Post in collaborazione con Digicom>

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