Home Life Chiamatela sfiga (perché jella non renderebbe l’idea)

Chiamatela sfiga (perché jella non renderebbe l’idea)

by Giada Lopresti

Sono appena ritornata da una vacanza nelle Marche. Una vacanza super che attendevo da mesi sia per la compagnia che mi avrebbe atteso e sia per poter finalmente visitare un posto che ero curiosa di scoprire.
Una vacanza andata oltre alle mie aspettative sia per i lati positivi che per quelli negativi. Perché i negativi sono stati davvero un incubo.

Situazioni che se se mi avessero detto sarebbero accadute, probabilmente non ci avrei mai creduto.

È iniziato tutto dalla partenza, dove non mi ero accorta che la nuvola di Fantozzi aleggiava sopra la testa di tutta la family.
Un partenza all’apparenza normale fino a che, solo un’ora e mezzo dopo esserci messi in macchina e aver imboccato l’autostrada, io e mio marito abbiamo visto in lontananza i fanali anteriori di un auto. Si, ho scritto fanali anteriori.

Ergo l’auto stava procedendo contromano in autostrada. Sulla corsia di sorpasso.

Credo di aver avuto poche volte così tanta paura in vita mia.

È stato difficile realizzare ciò che stava succedendo e non perché i fari non fossero ben visibili ma perché avevamo appena superato un tratto con deviazione, dove le auto si dividevano la stessa corsia in entrambi i sensi di marcia.
In pochi attimi abbiamo pensato che quella stessa deviazione non fosse finita, subito dopo ci siamo resi conto che invece l’auto ci stava semplicemente venendo addosso. In curva.

Fissavamo i fari attraverso il guardrail increduli, perché fino all’ultimo non potevamo credere stesse succedendo realmente.

La prontezza di riflessi di mio marito ha fatto si che appena prima di un frontale assicurato, l’auto venisse deviata sulla corsia di sinistra con il mio cuore (e sicuramente anche il suo), pronto a fuoriuscire dal petto.
Inutile dire che chiamai immediatamente le forze dell’ordine e, dopo aver segnalato quel pazzo incosciente, rimanemmo in silenzio per una buona mezz’ora.

Difficile incassare ciò che era appena successo e, anche raccontarlo, non rende affatto giustizia all’accaduto.

Quello che ricordo di quei minuti è solo il fatto di aver pensato ai miei figli controllando velocemente che fossero tutti legati al seggiolino per essere pronti al peggio.
Non che di solito non lo siano, ma non so perché lo feci d’istinto.

Ricordo che mi preparai all’impatto tenendo con una mano la spalla di mio marito, aggrappandomi con l’altra al sedile di fronte dove era seduto il maggiore dei figli. Se ci ripenso ho ancora paura.

Una sfortuna sventata nella fortuna di poterlo raccontare. Una situazione che non augurerei a nessuno.

Passato lo shock e ripreso il viaggio, arrivammo a destinazione per la nostra prima tappa: L’Aquila.

Poche ore di sonno, giusto per spezzare il viaggio e arrivare in tempo al villaggio per il pranzo. Se non fosse stato che prima di partire, mio figlio Cesare aveva dimenticato gli occhiali da sole a casa dei nonni.
Proprio quel giorno eh. Il secondo giorno di una fortissima congiuntivite allergica che non gli permetteva di tenere gli occhi aperti senza delle lenti adeguatamente protettive per la luce.

Fu d’obbligo una gita al centro commerciale per comprare degli occhiali. 50€ di occhiali da sole Polaroid.
Mica pizze e fichi.

Una spesa che ci ha fatto perdere un sacco di tempo perdendo il pranzo al villaggio e facendoci arrivare con due ore di ritardo rispetto al programma di viaggio originale.
Una spesa inutile visto che, arrivati alla destinazione finale, gli stessi occhiali appena acquistati si sono rotti come se fossero fatti di vetro.

Inutile dire la gioia mia e di mio marito. Davvero inutile star qui a descriverla.
Inutile soprattutto se non fosse che a soli cinque chilometri dalla meta, la macchina aveva iniziato a segnalare un problema all’iniettore.

Per chi non ha idea di cosa possa essere un’iniettore, dico semplicemente che con questo problema la macchina può abbandonarti da un momento all’altro. Morendo all’improvviso come i peggiori cattivi dei film Disney.
Morire morire! Proprio come quando si scarica completamente la batteria.

Ed era sabato pomeriggio.

Il che stava a significare il dover attendere fino a lunedì per poterla portare dal dottore meccanico.

Lo stesso giorno in cui la mia pelle ha iniziato a sfogare un odioso eritema che mi faceva grattare la scheda nemmeno se avessi le pulci.
Lo stesso giorno in cui a mio marito hanno detto: “abbiamo un sacco di lavoro e non credo riusciremo a riconsegnarle l’auto prima di settimana prossima“. Peccato che noi venerdì sera saremmo dovuti ripartire.

Il martedì ovviamente non sarebbe potuto essere da meno, dove la stessa sfiga ci ha benedetto altre ben due volte.
La prima in farmacia. Dove il bancomat aveva deciso di non funzionare dopo che mi ero fatta un chilometro e mezzo sotto il sole spingendo il passeggino di Enea che si lamentava di continuo.
E la seconda a casa, dove senza preavviso lo stesso passeggino si è rotto.

Per un solo attimo avrei voluto prendere a testate il muro.

Senza macchina, senza passeggino, senza occhiali da sole ma vivi per miracolo. Di tutto questo cercavo di guardare almeno il lato positivo.
Soprattutto quando nei giorni successivi sono iniziate le buone notizie: sono arrivati gli occhiali da sole per Cesare comparti online il lunedì, è arrivato il pezzo di ricambio del passeggino richiesto con un urgenza e ci hanno comunicato che la macchina sarebbe stata pronta per venerdì sera.

Buone notizie accompagnate anche da della buona compagnia e dal fatto che grazie ai nostri bambini, nessuno di noi ha avuto i tempo di fermarsi a riflettere abbastanza a lungo per cercare di capire se fossero state tutte coincidenze o se qualcuno ci abbia volutamente fatto una macumba.
Siccome però io alle coincidenze non ci credo, direi che l’unica opzione possibile rimane solo la seconda.

Ho riso, ho scherzato e mi sono goduta la vacanza. Una vacanza di cui parlerò presto.
Per il momento avevo solo il bisogno di togliermi dallo stomaco questo pezzo di vita fatto di fatalità negative all-inclusive.
Volevo farlo seduta davanti al mio pc, a casa mia e in qualche modo al sicuro.
Fatalità che mi hanno seriamente fatto riflettere sul fatto che se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo.

Perché dai diciamolo… va chiamata per quello che è realmente: sfiga. Dire jella non renderebbe l’idea.

 

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