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La gravidanza non è una malattia

by Giada Lopresti

In vita mia non mi sono mai pentita delle scelte prese (tranne forse per l’essermi trasferita al sud dalla quale spero sempre di riuscire a migrare), ma ho iniziato seriamente a riflettere su alcune decisioni del mio passato solo dopo essere diventata mamma. Questo perché, spesso e volentieri, ho capito quanto la scelta di mettere al mondo dei figli possa essere controproducente per il futuro.
Perché scegliere di essere felici deve essere un ostacolo per la vita? Perché la maggior parte delle donne si trovano a dover scegliere tra la carriera e la famiglia? Perché è così assurdo pensare che una persona possa conciliare tutto in armonia senza essere costretta a rinunciare ad un pezzo importante della propria vita?
E la parte più triste è che fino a che non ti trovi davanti a questo bivio, a tutto questo non dai nemmeno così tanta importanza.

Negli ultimi mesi ho attraversato delle situazioni che mi hanno fatto riconsiderare il mio essere donna, il mio essere mamma, il mio essere brava nel mio lavoro e soprattutto, il fatto stesso di essere in dolce attesa mi ha fatto capire che tutto questo non può essere conciliante con nessuna posizione lavorativa.
Vivo in una realtà dove le aziende non investono sul territorio (e come biasimarle) e quelle poche che negli ultimi anni l’hanno fatto non riescono più a premiare i futuri dipendenti con un lavoro fisso.
Questo mondo è quasi totalmente diretto dall’imprenditoria dove, fino ad oggi, ho potuto riscontrare due sole categorie: quelli alla quale ogni mese devi elemosinare lo stipendio e che, quando ti pagano, non ti danno nemmeno quello che ti spetta, e quelli che ti promettono la luna e nel giorno di paga ti fanno la sorpresa come se fosse Pasqua ogni mese.

Ho visto scene che non avrei mai immaginato nemmeno nei miei peggiori incubi. Ho visto una discriminazione spaventosa nella quale il ricatto del “se vuoi lavorare o è così oppure rimani a casa” è l’ordine del giorno.
Ho fatto colloqui nella quale le proposte più decenti erano “adesso ti pago 600 poi magari, tra qualche mese, potresti anche arrivare a qualcosina di più”. Mi sono sentita confidare da alcuni imprenditori che invece di assumere il personale che potevano permettersi per pagarlo come meritavano, ne assumevano di più pagandolo meno perché “loro stanno dando un lavoro a chi ne ha bisogno“.

E poi arrivo io incinta dove non contenta di tutto questo mi vedo anche “licenziare” perché non ho detto che ero in dolce attesa.
Ovviamente questo non mi è stato detto esplicitamente ma se quando vai a parlare con un titolare per chiedere delle spiegazioni, in merito allo stipendio naturalmente inferiore a quello che invece realmente mi spettava (ma di che mi stupisco?) la prima cosa che ti senti dire è che non sei stata corretta perché non hai detto di essere in stato di gravidanza, direi che tra le righe la spiegazione non può che essere quella. Quando scusate se, fino a prova contraria e se proprio si vuole essere pignoli, per legge l’ammissione dello stato di gravidanza deve essere fatta solo al settimo mese.
E se avessi voluto dichiararlo prima, per una questione di correttezza morale, credo che sarebbe stato comunque mio pieno diritto poterlo fare solo dopo aver superato il primo trimestre che, come si sa, è sempre una fase molto delicata nella quale possono sorgere infiniti tipi di problemi. La questione più importante per me non è comunque stata “il problema” di non averlo comunicato ma il fatto che dopo averlo scoperto, ho cercato di dimostrare il massimo del mio impegno senza farmi fermare dalla stanchezza e dalle nausee nonostante il trattamento a dir poco vergognoso che è stato riservato a me e alle mie colleghe.
Ho stretto i denti, ho lavorato 9 ore e viaggiato per altre 3 ogni giorno sei giorni la settimana, ho fatto tutto quello che dovevo fare e molto di più.
Sono rimasta in bilico sulle scale per sistemare il magazzino, ho sollevato scatolini di merce nemmeno fossi wonder woman, ho pulito e sistemato locali che non facevano invidia nemmeno ad una discarica. Ho respirato polvere a quintali, ho tolto tempo alla mia famiglia e ai miei figli senza godermeli nemmeno la domenica vista la stanchezza accumulata in settimana, ho messo da parte tutto per poter dimostrare che la gravidanza non sarebbe stato un handicap, che mi avrebbe consentito di lavorare fino all’ultimo giorno utile e che non mi avrebbe impedito di essere brava come e più delle mie colleghe.
Ma la mia dolce attesa si è dimostrata un problema. Il figlio che aspetto, per il mondo del lavoro, è un problema.

Dall’aprile del 2012 e per i tre anni e mezzo successivi, non sono riuscita a trovare uno straccio di lavoro perché ad ogni colloquio quando sentivano (e tutt’ora sentono) l’età dei miei figli, il primo pensiero che ha sempre balenato nelle menti dell’interlocutori è: “questa ogni tre per due starà a casa per qualche problema con i bambini” per poi tranquillizzarsi un pochino alla notizia di avere due splendidi genitori pronti a sacrificare ogni giorno il loro tempo per aiutarmi con i nipotini.
Ma anche se ti assumono, la musica dopo un pò è sempre la stessa: gli assegni familiari che non arrivano (a me ovviamente, al titolare vengono rimborsati eccome); il bambino che si ammala e magari per jella fa ammalare anche te e se chiedi un giorno di malattia perché non riesci ad alzare nemmeno la testa dal letto sei cosciente del fatto che sarà un ovvio sinonimo di futuro licenziamento; andare al lavoro per la gloria perché con quello che percepisci non ci camperesti nemmeno da sola, figurati in 4!

Ho letto sempre più di frequente (ma mai troppo eh!) che ci sono donne che hanno il piacere  di essere assunte con il pancione, che hanno il merito di essere promosse quasi all’ingresso della maternità ma leggo anche tante troppe storie simili alla mia dove se hai figli, se ti devi sposare, o se “ancor peggio” sei in stato interessante, diventi uno scarto della società.
Questo è il motivo principale per la quale vorrei scappare a gambe levate da questa terra: non c’è futuro per me, non c’è futuro per mio marito e nemmeno per i miei figli e se non riusciamo a realizzarci lavorativamente adesso che siamo ancora giovani, quando gli aiuti smetteranno di esserci come potremo anche solo pensare di vivere con un minimo di dignità?! Quella stessa dignità che quotidianamente ci viene negata insieme ai nostri diritti.

Sono circondata da una discriminazione verso il mondo delle madri che è a dir poco indecente, perché io posso essere brava come e più di un uomo anche con dei bambini a casa che mi aspettano e anche se dentro di me ne sta crescendo un altro.
Sono sicura di averlo dimostrato soprattutto a me stessa e fino a che ci sarà ancora un minimo di speranza e voglia di poterlo ancora fare, non smetterò mai di volerci provare.

La gravidanza non è una malattia,
la gravidanza non è un handicap,
la gravidanza è futuro… per tutti!

©MammaCheVita - Tutti i diritti riservati

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14 comments

Giusi 25 Marzo 2016 - 21:55

Vivo anch’io al sud e ti do ragione sul fatto che la discriminazione lavorativa su noi donne e’ spaventosa. Gli stipendi fanno decisamente schifo e per quel che ti danno non ti conviene neanche lavorare. Ma purtroppo con uno stipendio non si campa e quindi sei costretta ad accettare anche le umiliazioni. Ti auguro una situazione lavorativa migliore per te e per tuo marito. Un grande bacio.

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Giada Lopresti 26 Marzo 2016 - 23:33

Grazie mille Giusy e ovviamente spero che per tutte noi, prima o poi ci sia una svolta davvero positiva. Un caro abbraccio. :***

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Marina_damammaamamma 28 Marzo 2016 - 13:44

Ciao Giada,
ho scelto il tuo post per la mia Top of the post 🙂
http://www.damammaamamma.net/2016/03/top-of-the-post-28-marzo-2016.html

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Giada Lopresti 29 Marzo 2016 - 10:38

Ciao Marina, grazie mille per aver scelto il mio post! Vengo subito a leggere! Un abbraccio :***

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Virna Luoni 6 Giugno 2016 - 23:03

Questo post potrei averlo scritto io. E tante altre mamme.

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Giada Lopresti 16 Giugno 2016 - 1:49

Grazie! È un complimento meraviglioso :***

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silvia 7 Novembre 2016 - 16:27

Ciao Giada sono Silvia sono all’ottavo mese di gravidanza ho trovato il tuo articolo veramente interessante e soprattutto attinente purtroppo al contesto in cui viviamo…..gravidanza significa purtroppo discriminazione….è proprio una vergona, invece di incentivare alla procreazione mi sembra che si fa del tutto per sconfortare tale passo….che profonda tristezza ! a volte ci si sente anche in colpa per aspettare un bimbo….
. ho letto anche altri tuoi articoli che ho trovato molto interessanti mi iscrivo al tuo blog per condividere con te le reciproche esperienze che stiamo vivendo in questo momento se vuoi puoi fare lo stesso con il mio giovanissimo blog .
un abbraccio Silvia

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Giada Lopresti 5 Febbraio 2017 - 23:50

Grazie Silvia,

è sempre un piacere riuscire a vedere che i miei articoli rispecchino in qualche modo il pensiero anche di altre mamme. Non è facile dar voce ai pensieri perché non sempre vien data manforte ma anche se tu fossi l’unica a pensarla così e me andrebbe bene lo stesso.
L’importante è non sentirsi sole.
Un abbraccio.

Giada

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Perdere il blog | MammaChe Vita 8 Febbraio 2017 - 15:04

[…] pensieri delle mie gravidanze, le difficoltà incontrate nel mio percorso di mamma, la gioia di un momento […]

Reply
L'inizio di una mamma, l'inizio di una coppia | MammaCheVita 31 Marzo 2017 - 20:44

[…] filtri che con un altissima probabilità al momento del rinnovo del contratto a tempo indeterminato mi avrebbe lasciata a casa. Percepivo da parte sua un invidia mista a timore nei miei confronti, confermata spesso da alcuni […]

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Raffaella 22 Aprile 2017 - 15:07

Non sei sola Giada ad aver affrontato questa situazione….vivo anche io al sud e dopo 7 anni di lavoro da commessa,pur avendo studiato tanti anni per la laurea,mi sono vista costretta a licenziarmi con una spinta emotiva e fisica….ed ora mi ritrovo si con la mia gioia tra le braccia ma senza lavoro e a kiunque kieda anche per un part time appena sentono che ho un bimbo piccolo immagina la risposta….ce la faremo però ho fiducia

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Giada Lopresti 8 Maggio 2017 - 0:17

Ce la faremo sempre! Nonostante i miei soli 32 anni sono caduta molte più volte di quante riesca a contarne e la mia voglia e forza di rialzarmi mi hanno sempre in qualche modo ripagata. Sono certa che prima o poi la ruota gira per tutte.
Ti abbraccio :*

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giulia 26 Aprile 2017 - 16:28

Io di recente ho letto il libro “Dalla parte delle bambine” dove l’autore descrive tutti i contesti in cui, senza più farci neppure caso, diamo spago alla discriminazione in base al sesso. Leggilo! mi si è aperto un mondo. Anche io, pur non avendo figli sto messa così: alla soglia dei trenta, sposata, a chi mi sta davanti ad un colloquio balza subito alla mente “questa ora si mette in maternità”. Però ho notato che questo genere di discriminazione, in particolar modo la più subdola, proviene sempre più spesso da altre donne che o non hanno avuto il coraggio che hai tu, ovvero quello di formarsi una famiglia solida, preferendo gli aperitivi con le amiche e poi si vedrà, oppure che hanno pagato loro stesse col sangue la loro maternità e che devono quindi vendicarsi sulle altre non appena hanno un pochino in più di potere.

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Giada Lopresti 8 Maggio 2017 - 0:16

Non conosco il testo che mi hai consigliato, ma prenderò del tempo per poterlo leggere. Concordo su ciò che dici e non per nulla la “donna” che mi ha lasciato a casa nonostante sia mamma, è uno di quei personaggi che non appena ha acquisito un pò di potere tende a comportarsi come superiore agli altri non comprendendo invece che questo modo di agire non solo è discriminatorio ma è anche assolutamente inconcepibile.
Ti abbraccio :*

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