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Una nuova casa

by Giada Lopresti

Quando ho saputo che mio marito si sarebbe dovuto trasferire in un’altra città, un misto di emozioni mi aveva inaspettatamente invaso il cuore.

La felicità di vederlo finalmente realizzato e completo come ogni papà dovrebbe essere era pari al dispiacere di non poter trascorrere i nostri giorni fianco a fianco come avevamo fatto fino a quel momento.
La partenza vissuta con strazio, le chiamate fatte ogni giorno per riuscire a sentire meno la mancanza l’uno dell’altro e il fare di tutto per riuscire a vederci ogni volta che fosse stato possibile, è stato il motore che ci ha fatto arrivare incredibilmente uniti più che mai fino ad oggi.

La sua voce orgogliosa nel sentirsi appagato tagliata perennemente dal quel filo di malinconia, che ogni sera da quel 30 luglio lo ha travolto sentendo sempre più la mia mancanza e quella dei nostri bambini, lo ha spinto a voler trovare una casa tutta sua e tutta nostra.
Nulla di troppo piccolo che potesse accogliere solo lui e nulla di così grande da vanificare lo sforzo di vivere così lontano da noi sperperando i suoi sacrifici nel doversi mantenere contribuendo anche al nostro sostentamento.

Ne abbiamo parlato a lungo, ci abbiamo ragionato a dovere e dopo aver vagliato diverse possibilità abbiamo capito che forse, per iniziare, riuscire a trovare un bilocale in una zona comoda per tutti sarebbe stato il giusto compromesso.

Ci siamo così ritrovati a sfogliare pagine intere di annunci cercando quella che speravamo di poter chiamare, a breve, casa. Appartamenti visti, delusioni raccolte e batoste prese dalle richieste di spesa sono state di giorno in giorno quello che ci ha permesso di non mollare continuando a sperare che forse qualcosa di adatto a lui e noi prima o poi si sarebbe trovato.

In un pomeriggio qualsiasi poi è arrivata lei.

Quattro foto su whatsapp, mobili chiari, appartamento semi vuoto ma con quel senso di spazio che sapevo avrebbe potuto essere una scelta di quelle di cui non ci saremmo pentiti.

“Mi piace! Non ne guardare altre e fai la proposta” risposi.
E durante un piccolo soggiorno a Torino riuscì persino a vedere di persona questa nuova casa.
“Hai voglia di vedere la casa che hai scelto” mi chiese Salvo, e felice come non mai non potei non rispondere in modo affermativo.

Attendemmo l’agente immobiliare allo stesso modo di come si attende la nascita di un figlio in sala d’aspetto e non so cosa di preciso fossi convinta di trovare, ma quando quella porta si aprì, rimasi delusa. Molto.

Vedere quella casa dal vivo non fu come vederla in fotografia. Sembrava buia, mal organizzata e ad ogni passo notavo quei difetti che non mai avrei pensato di trovare.
Un tavolo immenso occupava la maggior parte di quello che sarebbe dovuto essere un salotto, il divano era più scomodo di un tappeto chiodato e tra le altre decine di cose che non andavano non c’era nemmeno una lavatrice.

Ricordo solo che mi accorsi che Salvo si rese conto che il mio viso non esprimeva l’espressione che avrebbe voluto vedere. Esattamente come ricordo di essermi accorta che il suo, di viso, era accigliato da una smorfia di insuccesso e rabbia nei miei confronti.
Quel pomeriggio discutemmo dovendogli tra l’altro dare ragione (cosa che tra l’altro detesto fare) e al suo “usa un po’ di fantasia” mi resi conto che quella casa sarebbe stata nostra solo se di nostro ci avremmo messo qualcosa.
In caso contrario sarebbe stata una casa come tutte le altre.

Solo dopo un paio di giorni il proprietario accettò la proposta e io, al contrario di come pensavo, ne rimasi felice.

Mi immaginavo già pronta ad organizzarla al meglio distribuendo tutto il contesto a nostro gusto e a nostro piacimento fino a quando non mi sono ricordata che, quando si è in affitto, anche per mettere un chiodo si è costretti a dover chiedere il permesso al proprietario dello stesso appartamento. E la casa in affitto iniziò a non piacermi di nuovo.

Dissi a mio marito che avrebbe dovuto fare il possibile da solo.
Dissi lui che avrebbe dovuto organizzarsi in modo tale da far sì che una volta deciso di andare a trovarlo, quell’appartamento sarebbe dovuto essere il più possibile a prova di bambino soprattutto perché ambientarsi in questa nuova realtà forse non starebbe stato facile per nessuno.

Lavorò come un pazzo per un’intera settimana facendo del suo meglio ma soprattutto facendo ciò che avrebbe potuto nel tempo a sua disposizione.
Venne in calabria per prendersi la macchina caricandola di tutto ciò che riteneva potesse essere necessario per star comodo lui e per far stare comodi noi.

Abbiamo cercato di valutare le spese nei minimi dettagli in modo tale da non sprecare nessun centesimo in spese futili e dopo tanto lavoro e organizzazione, finalmente, anche io e i bambini riuscimmo a varcare la porta di quella che un domani potrebbe essere la nostra nuova casa almeno per un po’.

Dopo l’entusiasmo iniziale trovai gli stessi difetti che avevo notato la prima volta.

Questo nonostante gli sforzi fatti dal marito ogni giorno al rientro dal lavoro, dentro di me sentivo che quel posto non era fatto per noi.
Sono sopravvissuta alle prime 24 ore tra quelle quattro mura in un modo che nemmeno io saprei descrivere fino a che non ho semplicemente minacciato il marito di metter giù un piano d’azione per migliorare quella che per un qualche tempo dovrà ospitarci sotto il cielo di Torino.

Sono entrata in quella casa meravigliata da un cambiamento visibile tra una mano di bianco e piccole modifiche fatte senza riuscire a sentire mie quelle stanze così importanti per mio marito. E per non deludere ne lui ne il nostro futuro, ho voluto dare al nostro appartamento una possibilità che inizialmente avevamo deciso di scartare.

Abbiamo trascorso il nostro primo weekend torinese facendo da spola tra il nostro appartamento, l’Ikea e il Leroy Merlin fiduciosi di poter mettere la nostra firma in questo nuovo spazio acquistando mobili e montando scaffali fino alle due mattino e dopo tre giorni intensi in cui mi sono vista morire e sparire dal mio mondo fatto di social e fotografie.
Mi sono vista divisa tra i tantissimi “non toccare questo e quello” a tutti i momenti che invece avrei voluto vivere più intensamente.

Probabilmente il nostro errore era stato quello di sottovalutare la gestione di un momento così delicato pensando di trovare in qualche modo “la pappa pronta” andando in una casa che potesse rispecchiare a trecentosessanta gradi tutto ciò che avremmo voluto e desiderato.
Ma, come sempre, tra una discussione e un “te lo avevo detto” stiamo sopravvivendo quasi indenni a tutto questo.

Una sopravvivenza che ci sta rendendo ancora più forti come l’un l’altro ci siamo promessi di essere.

E io non vedo l’ora che sia tutto finito per riuscire a godere del tempo insieme come era preventivato per questo nostro ennesimo viaggio alla ricerca della nostra famiglia. Abbiamo quindi pensato che, per farlo, avremmo potuto iniziare dalle basi con un piccolo gesto: regalandoci una piccola piantina come buon augurio per questo nuovo (anche se solo momentaneo) inizio.

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