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Il gioco: quello che i genitori non sanno

by Giada Lopresti

“Beata l’innocenza dei bambini”
Questa è una frase che spesso ho sentito nell’arco della mia vita. Una frase sentita di frequente e che con la stessa frequenza è stata utilizzata anche dalla sottoscritta.

Quando pensiamo ad un bambino, i primi pensieri che la mente elabora e associa sono serenità, spensieratezza, sincerità e, per l’appunto, innocenza.
Io stessa associo quotidianamente questi termini ai bambini nonostante abbia tre figli che ogni tanto di innocente hanno davvero ben poco.

Vivere in compagnia dei bambini significa volere e dovere scoprire il loro mondo cercando di seguire le necessità e le esigenze che di volta in volta si presentano davanti a loro. Necessità ed esigenze di persone che devono ancora scoprire molto del mondo che li circonda, un aspetto che spesso tendiamo a dimenticare perchè per noi tutto (o quasi) viene dato per scontato.

Essere genitori, nonni, zii, baby sitter, ecc, ci porta a dover guardare forzatamente il mondo con occhi diversi.

Agli occhi dei bambini infatti qualsiasi oggetto è uno stimolo, qualsiasi colore è bellezza, qualsiasi suono è una novità. E nonostante per qualcuno possa essere persino scontato, è soprattutto grazie al gioco che i bambini scoprono di volta in volta qualcosa in più.

Premettendo soprattutto che per loro qualsiasi oggetto è motivo di scoperta e apprendimento, dobbiamo comprendere che i bambini hanno una visione delle cose che rispetto alla nostra può essere considerata distorta.
Lo sapremmo meglio se fossimo in grado di ricordare soprattutto i primi tre anni della nostra vita. Lo sapremmo meglio se tante cose non venissero date costantemente per scontate.

Da mamma di tre in costante evoluzione (nonostante la mia modestissima esperienza) ogni giorno imparo qualcosa dai miei bambini e, attraverso di loro, ho scoperto che alcuni comportamenti manifestati non solo sono normali ma devono anche essere lasciati gestire in autonomia direttamente dai bambini.

Ascoltando le parole della pedagogista presente all’evento di Fisher-Price di qualche settimana fa, sono rimasta stupita da quante cose ci siano da apprendere costantemente sui bambini.
Ho ascoltato spiegazioni che mi hanno aperto gli occhi su errori ripetuti costantemente negli anni, soprattutto scoprendo di essere inconsapevole nel farli.
E ho fatto di tutte quelle parole un tesoro prezioso per far sì di essere una mamma migliore per i miei bimbi. Una mamma che permette loro principalmente di essere dei bambini non solo migliori, ma anche più sereni principalmente con se stessi.

Noi diamo al gioco un significato ben diverso da quello che in realtà danno i bambini.

Per noi il gioco è compiere un’azione in modo continuativo per un determinato periodo di tempo (che viene considerato solitamente medio/alto) nel quale ci si dedica e ci si concentra su quell’unica azione da compiere. Nessuna distrazione, nessun motivo per il quale dovrei mettermi a fare altro.
Per poi invece scoprire che in realtà un bambino fino alla scuola primaria ha una media di capacità di concentrazione consecutiva che non supera i tre minuti: tre minuti. Lo stesso tempo che io impiego (forse) per vestirmi.
E non importa se un gioco interagisce con il bambino, se ha luci, suoni, colori di ogni genere. Il tempo di resa si aggira sempre intorno a questa tempistica.

Una tempistica che può lasciare davvero perplessi, ma che effettivamente (almeno secondo quello che ho visto personalmente fino ad oggi) sposa la realtà. Ho perso il conto delle volte in cui Enea, nell’arco di pochi minuti, ha la capacità di utilizzare almeno venti giochi differenti.
Anche solo per lanciarne uno contro qualsiasi altra cosa.

Ogni bambino attraverso il gioco sperimenta la sensazione di pieno controllo sul mondo.

Nei primi tre anni di vita tutto quello che non è gestibile porta il bambino a provare una sensazione di frustrazione. Un termine forse forte se si parla di bambini, ma allo stesso tempo un’emozione assolutamente indispensabile da far loro sperimentare, per imparare a controllare le emozioni anche nel lungo tempo.

Emozioni che da frustrazione possono trasformarsi in rabbia, una rabbia che è bene provino, perchè non provandola non imparerebbero a gestirla diventando grandi.
E se la rabbia è dettata da un litigio (magari tra fratelli? – di cui anche io potrei portare milioni di esempi)? È bene che i bambini litighino, è bene lasciarli fare, intervenendo il meno possibile, proprio per far si che imparino ad autogestire i sentimenti e le situazioni. Intervenire il meno possibile, comunque, non significa non intervenire nel momento del bisogno.

Stare nel conflitto è l’unico modo per capire come gestirlo.

Anche il possesso di un gioco può essere frustrante, oppure il fatto stesso che questo gioco non stia andando come il bimbo si era convinto funzionasse. Perchè i bambini provano costantemente un senso di onnipotenza nei confronti del mondo: devono poter gestire tutto esattamente per come si pensa che sia.
Quando qualcosa non rispecchia la loro idea o ciò che credevano di trovare, ecco che si arrabbiano.

Giocare con loro significa fare quello che dicono loro, facendolo come vogliono. Il gioco per un bambino è un discorso serio.

Ho scoperto che i bambini non amano la sorpresa. Nella loro mente è importante avere il costante controllo del mondo e quindi tutto ciò che li sorprende li destabilizza. Persino interrompere un gioco all’improvviso può essere traumatico.
Ma, in tutto questo, il gioco per il bambino ha sempre anche un valore affettivo. Un valore importante che può anche aiutarlo a scoprire quell’indipendenza che piano piano assumerà crescendo.

E se i bambini imparano dal gioco e dal divertimento, apprendendo ogni forma di nozione che ai nostri occhi può risultare scontata o banale, anche la noia educa alla creatività.
I momenti di noia sono importanti tanto quanto lo è la frustrazione. E, per me che sono sempre stata molto attenta a far si che i miei bambini non si annoiassero mai, è stata una grandissima e piacevole scoperta.

La noia dà sfogo alla fantasia, permettendo di ricreare e di inventare, trasformando i propri pensieri in qualcosa di concreto.
Pensieri che se potessero essere ascoltati probabilmente si trasformerebbero in scene tragicomiche. Gli stessi pensieri che hanno preso vita grazie a questo incontro con Fisher-Price e grazie all’evento illuminante al quale ho potuto partecipare.

Quale genitore non ha mai per un solo istante provato ad interpretare un gesto, uno sguardo o un atteggiamento del proprio bimbo?

Personalmente è una cosa che faccio spesso da poco più di cinque anni.

Osservo alcuni sguardi, alcuni sorrisi e alcuni modi di atteggiarsi che lasciano davvero poco alla fantasia. Penso spesso infatti che se anche il più piccolo dei miei figli fosse già munito di parola, probabilmente mi schernirebbe per la maggior parte del suo tempo.

Lo noto, dagli sguardi di sfida o indifferenza, lo scruto tra i sorridi beffardi e soddisfatti come qualcuno che sa di averla avuta vinta. Lo scorgo ogni giorno in ogni, o quasi, gesto nei confronti del mondo.
E quante volte ho immaginato frasi che sono sicura che non si siano affatto scostate dalla realtà? Quante volte avrei voluto chiedergli: “stai pensando questo vero?
Perchè so che sa, esattamente come sono certa di sapere ciò che pensa. Anche perché anche questo è essere una mamma.

<Post in collaborazione con Fisher-Price>

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