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Come tutto è cominciato

by Giada Lopresti

Sono trascorsi cinque anni dal giorno in cui scoprì che sarei diventata mamma. Non ho mai parlato di quel giorno e del periodo orrendo che stavo vivendo.
Non l’ho mai fatto per tanti motivi ma questo non significa che non sia finalmente arrivato il momento di farlo.

Ne parlo solo ora non perché prima me ne vergognassi, sia chiaro. Ma solo perché credo che adesso, dopo tante difficoltà superate, la mia esperienza può essere di aiuto a tante mamme che hanno vissuto un’esperienza simile e si ritrovano in conflitto tra la vita che avrebbero voluto e quella che si sono ritrovate a vivere.

Cinque anni fa oggi, era il mio giorno di riposo dal lavoro. Un giorno della settimana qualsiasi che si sarebbe trasformato nel giorno in cui la mia vita sarebbe decisamente cambiata.
All’inizio non potevo sapere quanto in meglio si sarebbe trasformata.

Era un giorno caldo, da manica corta e giubottino leggero, e io per l’ennesima volta ero in crisi per il rapporto altalenante che da mesi ci trascinavamo dietro forzatamente con quello che poi è diventato mio marito.

In quel periodo era tutto sbagliato.

Al lavoro avevo dei colleghi meravigliosi che adoravo e che mi volevano bene. Peccato solo che la direttrice del negozio fosse una stronza stratosferica.
Me ne faceva di ogni e dopo un accurata analisi dell’ultimo mese avevo capito senza troppi filtri che con un’altissima probabilità al momento del rinnovo del contratto a tempo indeterminato mi avrebbe lasciata a casa.
Percepivo da parte sua un’invidia mista a timore nei miei confronti, confermata spesso da alcuni discorsi fatti dai miei stessi compagni di lavoro.

Queste quotidiane sensazioni unite alla catastrofica fine che stavo vedendo fare alla mia “relazione”, mi portarono a riprogrammare la mia vita desiderosa di andarmene da questa terra. Volevo solo ritornare nella mia amata città Natale ripartendo da zero una volta per tutte.

Mancavano esattamente nove giorni alla scadenza di quel contratto.
Ricordo che il lunedì d’aprile di quell’anno sarebbe stata Pasquetta e che quindi avrei saputo con anticipo di che morte sarei dovuta morire.
Inutile dire che una parte di me si aspettava quel terzo rinnovo di contratto come riscatto per la mia vita lavorativa, ma vi anticipo già che non arrivò mai.

Il 31 marzo del 2012 non so come, nonostante non lavorassi, mi ritrovai passeggiando per le vie della città di Reggio.

Osservavo il corso pieno di persone che nel tardo pomeriggio inondano sempre le via del centro per una passeggiata e per primi gelati della stagione che inizia ad avere il sapore d’estate.
Osservavo i volti distesi delle persone che sembravano non avere né pensieri e né problemi.
Osservavo la leggerezza nei volti cercando di immedesimarmi per un momento in ognuno di loro per cacciare via qualche brutto pensiero.

Quello stesso pomeriggio, in un solo istante di pace ritrovata, mi venne in mente una cosa che in quei giorni non aveva minimamente sfiorato i miei pensieri. Il mio ciclo era in ritardo.
Niente di eccezionale si potrebbe dire. Una cosa che può capitare per milioni di motivi soprattutto perché visto l’elevato stress di quel periodo, in quella particolare circostanza non sarebbe risultato assolutamente anomalo.

Mi venne in mente proprio mentre passeggiando avevo deciso di ritornare a casa.
Avrei comprato un test di gravidanza nella farmacia del mio paese e nel giro di mezz’ora con molta probabilità, il mio dubbio sarebbe stata già una certezza per molti.

L’indiscrezione delle piccole realtà.

Decisi quindi di andare in una farmacia in città dove nessuno avrebbe fatto domande e dove non mi sarei sentita a disagio nell’acquistare qualcosa che a ventisette anni dovrebbe essere normale.

Non so se fu una mia impressione ma ebbi la forte sensazione che la farmacista mi guardò l’anulare per capire se fossi sposata e che di conseguenza, notando il mio dito nudo, mi guardò come se avessi commesso chissà quale peccato.
Ad oggi ancora non riesco a distinguere le sfumature di quegli sguardi ma con molta probabilità le mie emozioni erano solo accentuate dall’ormai inculcata mentalità della maggior parte degli abitanti del sud amanti delle tradizioni.

Comprato il test (doppio ovviamente), mi sentii il cuore battere nelle orecchie fino a che non ebbi raggiunto il mio bar di fiducia dove, prima di ordinare un buon caffè, mi rifugiai in bagno per poter fare una delle pipì più importanti della mia vita.

Due minuti che sembrarono venti.

Mi tremavano le mani. Sentivo il cuore esplodermi nel petto e avevo una fottutissima paura di quello che avrei visto.
Non perché non desiderassi diventare madre ma perché vista l’enorme incognita che in quel momento la mia vita stava vivendo, probabilmente era solo il momento più sbagliato in assoluto per mettere al mondo un bambino.
Un lavoro che stava per terminare, un ragazzo che tutto avrebbe potuto fare tranne che il padre (o così credevo).

In quelle condizioni, che futuro avrei potuto dare ad un bambino?

Credo di aver pensato più in quel paio di minuti che nel resto della mia vita perché, in fondo, già sapevo quale sarebbe stato l’esito. Positivo.

Uscì dal bagno tremante. Bevvi il mio caffè senza fiatare e mi allontanai dal bar per fumare una sigaretta.
Me la gustai fino al filtro nella speranza che la paura di quel momento potesse volare via come il fumo della stessa in combustione.

Dopo aver fumato piansi. Piansi fino a finire alle lacrime.
Piansi perché avevo paura.
Piansi perché non mi capacitavo di come un momento così bello per la vita di una donna dovesse capitare nell’istante più sbagliato.
Piansi perché non avevo dubbi sulla scelta che avrei preso per me e per quello che era già mio figlio, nonostante fosse più piccolo della testa di uno spillo.
Piansi perché avevo la certezza che sarei dovuta andare contro tutto e contro tutti e non so se avrei avuto la forza di farcela. Non so se in quel momento avrei avuto la forza di combattere contro il mondo.

Rimasi in giro camminando per ore. Ricordo solo che all’improvviso guardai in alto e il cielo era diventato nero e stellato.

Erano passate le otto di sera e io mi rifugiai dall’unica persona che in quel momento sapevo sarebbe stata la mia forza.
La stessa che tre anni dopo avrebbe testimoniato al mio matrimonio. Un’amica speciale allora e un’amica speciale oggi.

Dal bagno di quel bar alla vista del suo volto avevo pianto così tanto che insieme a tutte le lacrime versate se ne andarono via la paura, l’ansia e la tristezza.
Arrivai da lei felice come se mi fossi liberata di un grande peso.
Arrivai certa delle decisioni che già per me erano una certezza, nonostante alla notizia “sconvolgente” lei, forse, mi prese per pazza vista la serenità con la quale parlavo. Visto che lei era perfettamente a conoscenza della mia situazione sia sentimentale che lavorativa.

Tornai a casa cercando un modo per dirlo a lui.
Lui che quella sera mi snobbò per uscire con gli amici e che mi fece rimanere tre ore sotto casa sua ad aspettare che tornasse.

Non so come, ma dopo essere arrivato e ancor prima che scendesse dalla macchina aveva capito cosa stesse succedendo.
In silenzio salimmo sulla mia auto e andammo in un posto lontano da occhi indiscreti dove poter parlare e, se fosse necessario, anche litigare.
Nel buio della mezzanotte lo guardai consapevole avesse già capito tutto e, nonostante tutto, volevo che quella frase uscisse comunque dalla mia bocca: sono incinta.

Vidi crollare i suoi sogni esattamente come sei ore prima vidi sgretolarsi i miei.

Non disse una parola. Mi fece finire di parlare e convinta, dissi lui che se non avesse voluto fare il padre, noi ne avremmo fatto a meno. In qualche modo ce l’avremo fatta.
Lo lasciai riflettere non perché fosse necessario ma perché io avevo avuto sei ore per pensare a ciò che mi stava accadendo: lui solo due minuti.

Riaccesi l’auto e iniziammo a girare a vuoto, in silenzio. Mi disse di volersi prendere le sue responsabilità e che questa sarebbe stata l’occasione per riscattarci e stare insieme come avremmo sempre voluto.
Ne fui felice anche se il timore che fosse tutto un pò forzato era grande.

Mi fece fermare e guidò lui. Aveva bisogno di tenere occupata la sua mente e nello stesso momento gli chiesi se quella notte si sarebbe fermato da me.

Mi disse di no e ci rimasi male. Molto.
Il mio viso cambiò espressione perché dopo il “difficile” momento vissuto in balia di milioni di pensieri avevo solo bisogno che mi stesse vicino per farmi sentire al sicuro. Lui forse aveva solo bisogno di una notte per metabolizzare.

L’uomo che oggi è mio marito e che allora era solo un ragazzo, capì che la sua risposta fu per me una doccia fredda e dopo essersi messo davanti al mio viso triste disse queste parole: “È solo per stasera… Abbiamo tutto il resto della vita per stare insieme”

Fu in quel momento che mi innamorai di lui per la seconda volta.
Fu in quel momento che capii che il nostro futuro gli avrebbe dato ragione.

©MammaCheVita - Tutti i diritti riservati

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8 comments

Andrea 2 Aprile 2017 - 0:05

E una storia bellissima forse un giorno anche io racconterò la mia della mia figlia grande !!!

Reply
Giada Lopresti 2 Aprile 2017 - 19:30

Grazie mille :*

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Valentina 3 Aprile 2017 - 11:49

Non potrò mai dimenticare quel momento…..una grande emozione che porterò sempre nel cuore!!!!!
Vi voglio bene ❤❤❤

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Giada Lopresti 7 Aprile 2017 - 18:07

Anche noi zia Pavi. Tanto tantissimo :*

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