Home Events Una vita da giungla

Una vita da giungla

by Giada Lopresti

Amo trascorrere il tempo in compagnia dei miei figli e, nonostante aumentando di loro numero lo stesso si sia inevitabilmente dovuto adeguare alla presenza e alle necessità di più bambini, cerco sempre di far si che nessuno di loro si senta escluso o ignorato dalla sottoscritta.
Anche se non è semplice.

Il fattore tempo infatti è sempre molto soggettivo dovendo dividerlo tra le decine di cose da fare in una giornata ma, per riuscire anche in qualche modo a sopravvivere arrivando indenne a fine giornata, negli anni ho imparato non solo ad essere il più possibile multitasking ma anche a coinvolgerli contemporaneamente nel maggior numero di occasioni.
Nonostante i miei sforzi però è innegabile che, per bisogni di entrambi, io passi la maggior parte del mio tempo in compagnia del più piccolo tra loro.

Il fatto che sia il più piccino e abbia determinate esigenze che spesso vanno a sposare le mie, mi porta a vivere la quasi totalità delle mie giornate in simbiosi con lui scatenando delle volte esternazioni dirette da parte dei fratelli maggiori che, in qualche modo, lo “invidiano”.
La frase più comune?! “Guarda che la mamma non è solo la tua”.

E questo delle volte fa male.

Fa male perché faccio il possibile perché tra di loro non si scatenino gelosie. Tentativi spesso andati a vuoto.
Fa male perché cerco di accontentarli come posso. Delle volte sbagliando anche.
Fa male perché vorrei poter fare di più e spesso non riesco nel mio intento. E la lontananza del papà, in tutto questo, non rende affatto più semplice la gestione di tutto.

Essere per la maggior parte delle loro giornate l’unico punto di riferimento mi carica di una responsabilità immensa che mi obbliga a dover stabilire delle priorità. Situazioni alle volte difficili da gestire ma che richiedono anche tanta voglia di potercela fare.

E quello che tra i tre delle volte ne risente di più è proprio il più grande di loro.

Cesare che ha un cuore grande come il mondo, è quello che mi fa notare di essere assente in modo quasi sempre celato e con piccoli segnali impossibili da non interpretare.
È lui che, essendo il più grande, si limita a comportamenti allusori e tal volte eccessivi accompagnati da taglienti battute del quale ancora non comprende a pieno l’intensità delle parole.

Essendo il più grande tra loro ed essendo ai miei occhi un gigante, è tra i tre quello a cui si richiede più responsabilità, più maturità, più impegno nell’essere un buon fratello maggiore e delle volte anche un aiuto per la mamma nella gestione di tutto.
Dimenticando spesso (e forse troppo) che in fondo ha semplicemente ancora soli quattro anni.

Nel suo essere immensamente grande è ancora tanto piccolo ed indifeso. In quella fase d’età dove si è nel mezzo di una crescita che va dal voler essere ancora molto bambini pari al desiderio di dimostrare di essere grandi. Quell’essere grande che io spero sempre arrivi il più tardi possibile semplicemente perché ancora non sono pronta.

Il mio unico obiettivo è quindi quello di cercare di riprendermi quei sorrisi che delle volte mi nasconde.
Riuscire a renderlo felice esattamente come vorrei e come merita è in assoluto una delle mie priorità quotidiane, facendo si che allo stesso tempo continui a comprendere che a pari necessità lui è quello che bene o male riesce quasi sempre a fare qualcosa in totale autonomia.

E quindi lo premio. Forse sbagliando forse no.

Lo premio con piccole cose che so renderlo estremamente felice. Perché con i bambini basta poco per raggiungere vette di gongolaggine infinita.
Lo porto nel suo fast food preferito, passiamo il nostro tempo insieme al parchetto o facendo un puzzle e, quando riesco, cerco di portarlo al cinema per vedere in grande schermo i suoi personaggi preferiti.

Esattamente come ho fatto quando mi è stato chiesto se sarei voluta essere presente insieme a uno dei miei bimbi all’anteprima di “vita da giungla: alla riscossa”. Il film dell’omonima serie animata che da un paio di anni ci vede davanti alla tv fingendo di interpretare quegli stessi personaggi.

Lui che immagina di essere Maurice, io Batricia, Vincy Gilbert, Enea il piccolo Junior e il papà Miguel (mentre Al e Bob solitamente vengono interpretati dai nonni). Una squadra di eroi insolita che ci vede ogni volta protagonisti di avventure fantastiche grazie a brevi puntate ripetute all’infinito.
Non potevo quindi farmi sfuggire un’occasione simile.

Ho iniziato a dire a mio figlio che saremmo andati al cinema solo io e lui. L’ho fatto consapevole che avrebbe chiesto in modo martellante quando sarebbe successo attendendo in modo quasi sfiancante quel momento.
L’entusiasmo a mille, la conta dei giorni fremendo per l’attesa fino a che non è arrivato il grande momento.

Salire sulla metropolitana torinese osservando i binari sparire sotto i nostri piedi, l’eccitazione di prendere per la prima volta un treno per poi arrivare in piazza Duomo a Milano dopo tre anni da quell’ultima volta dove ancora era l’unico bimbo della nostra famiglia.
Il fermento davanti al cinema dove l’unica cosa che voleva era poter entrare nella sala e, una volta dentro, chiedere in continuazione quanto mancasse all’inizio nonostante i minuti che lo separavano dall’inizio si potessero contare su una sola mano.

Le luci che poi si sono spente, lo schermo che ha preso vita e il silenzio che improvvisamente è calato in tutta la sala.

E in tutto questo lui che fissando le immagini aveva gli occhi colmi di entusiasmo.

La stanchezza di quel giorno mi portò a pensare che mi sarei certamente addormentata ma vederlo così attento e felice mi fece rimanere attenta ad ogni immagine.
Le sue risate fatte con gusto, la mia gioia nel vedere l’attenzione che prestava ad ogni parte del film e lo scoprire finalmente alcune carte che tanto abbiamo tutti atteso nel guardare la serie tv. Proprio come un puzzle da completare e del quale si erano trovati tutti i pezzi.

Scoprire come tutto è iniziato, rivedere personaggi già noti conoscendone altri fondamentali e quei colpi di scena che hanno lasciato tutti a bocca aperta facendo, in alcuni casi, anche dire “finalmente!”
Un ora e mezza incollati a quei sedili senza perdere un solo attimo nonostante leggessi nei suoi occhi la stanchezza di un intera giornata.
È stato emozionante, divertente, entusiasmante. Ma più di tutto è stato meraviglioso vedere mio figlio felice in quei momenti che io amo dedicare solo a lui per fargli capire che è e resterà sempre speciale nonostante debba perennemente dividermi per tre.

Nel rientrare a casa non abbiamo fatto nient’altro che parlare del film continuando, io, a guardare quella felicità che mai avrei voluto si spegnesse.
La stessa felicità che spero di riuscire a rivedere presto organizzandogli un’altra sorpresa a doc pensata solo per lui.
Perché di momenti così, in fondo, ne abbiamo bisogno entrambi.

©MammaCheVita - Tutti i diritti riservati

You may also like

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.