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La scoperta vuol dire fiducia

by Giada Lopresti

Fin da bambina ho sempre amato trascorrere del tempo in compagnia dei miei genitori.
Loro – che lavoravano sempre tanto e alle volte persino troppo – in quei momenti che riuscivano a ritagliarsi in mia compagnia erano in grado di farmi sentire speciale.
Momenti che spesso si concentravano principalmente in quell’unico giorno che, almeno trent’anni fa, veniva considerato ancora il giorno speciale da vivere in famiglia: la domenica.

La sfruttavamo facendo tutto e non facendo niente. 
Trascorrevamo ore giocando con i giochi di società, colorando, giocando con i videogame, abbracciati sul divano a guardare un film, in giro per i musei o passeggiando in centro città, camminando per ore interminabili.
Ricordo anche bene che non mi interessava mai molto cosa avremmo fatto insieme: per me l’importante era poter essere felice al loro fianco.
Ho avuto genitori così in gamba che sono stati in grado di farmi amare anche quei momenti dove il nulla poteva definirsi cosmico. Perché anche lo stare rannicchiati sotto le coperte nelle giornate di pioggia ha il suo grandissimo perché.

E, diventando grande, ho sempre sperato di essere riuscita a cogliere il meglio di entrambi per poter essere ciò che di più vicino c’è ad una madre amorevole, scrupolosa e presente. Esattamente come loro sono stati con me.
Mi chiedo ogni giorno se sia effettivamente vicina a questo obiettivo così difficile, un obiettivo dal quale faccio sempre in modo di non tenermi troppo distante.

Io figlia unica ma mamma di tre.

Ho dovuto imparare a gestire il tempo con i miei bambini in maniera differente, facendo qualcosa che nessuno mi ha potuto insegnare e con cui cerco di destreggiarmi facendo del mio meglio.
Ed è così che cerco di suddividermi tra i miei figli, non in modo sempre equo ma secondo quello che, secondo me, è più giusto fare in quel momento.
Come anche prendermi del tempo solo per uno di loro, vivendo una giornata in coppia senza fratelli o papà in mezzo ai piedi.

Regalandoci del tempo tutto nostro, come una volta potevo fare anche io con la mia mamma e il mio papà ogni volta che volevo, non avendo nessuno con il quale dover dividere ciò che amavo.
Ed è così che, solitamente, il prescelto è colui che non è mai stato interpellato nel voler o non voler diventare fratello maggiore.

L’unico dei tre che ogni tanto manifesta quel desiderio di avere la mamma o il papà tutti per sé e che, per le questioni citate poco sopra, è corretto venga accontentato.
Così di tanto in tanto lo rapisco: lo prelevo da quella che alle volte è una noiosa routine e gli faccio vivere esperienze diverse anche grazie al mio lavoro, lavoro che amo.
E proprio lui – che ormai è abituato a tutto questo fare avanti e indietro con la mamma – ad ogni “ti porto con me” ha lo stesso sguardo di una qualsiasi persona che invece di dover prendere un treno sembra abbia vinto alla lotteria.

Ho quindi guardato Cesare negli occhi e, consapevole che lo avrei reso solo che felice, una sera gli ho detto: “sabato prossimo vieni con me. Andiamo in un posto solo io e te“. E ricordo che lui ha contato i giorni fino a quel sabato.
Un sabato come tanti dove però l’entusiasmo durante tutto il viaggio dell’andata non sarebbe mai stato lo stesso del viaggio di ritorno. Perché al ritorno è stato incontenibile.

Il solo fatto di dover salire su un treno fu per lui entusiasmante perché adora viaggiare.

Un treno che abbiamo rischiato quasi di perdere.

Arrivati a destinazione abbiamo intrapreso un altro piccolo viaggio, questa volta in pullman. Un viaggio che ci avrebbe portato in un posto che non vedevo l’ora Cesare vedesse.
Un pullman pieno di altri bimbi e di altre mamme che ci avrebbero accompagnato in quest’avventura.

La bella giornata di sole ha fatto da sfondo a tutto il viaggio senza però regalarci qualche canzone di gruppo in stile scout americani.

Arrivati a destinazione, ricordo che Cesare si è guardato intorno e mi ha chiesto diverse volte: “mammina siamo arrivati? dove dobbiamo andare?”
La nostra meta infatti era davanti agli occhi ma, effettivamente, vista da fuori non aveva quell’aspetto accattivante che ogni bambino si aspetta davanti ad una sorpresa.

Eppure è bastato varcare la porta automatica dell’ingresso dello stabilimento Galbani per far sì che il mio ometto cambiasse immediatamente idea.
Un ingresso luminoso e ampio dove, oltre a un’invidiatissima vetrina con qualsivoglia bontà del mondo dei latticini, era presente una mucca finta dalle dimensioni 1:1.
Una mucca esposta non solo come rappresentazione di quello che è il punto di partenza per ogni prodotto dello stabilimento di Galbani, ma anche per far sì che si potesse provare l’ebbrezza di una vera mungitura.

È infatti inutile dire che, dopo una breve colazione e un’interessantissima spiegazione di quello che sarebbe stato il processo produttivo a cui avremmo assistito da lì a poco (con annessa storia dell’azienda e alcune altre curiosità a riguardo), tutti i bambini compreso il mio si sono fiondati dalla finta mucca in grado di produrre vero latte, per provare a mungerla come dei piccoli pastorelli.

Una scena esilarante ma anche istruttiva, perché è sempre dalle piccole cose che si può imparare molto. Soprattutto se, di queste piccole cose, si è i veri protagonisti.

Il dividersi in due gruppi però è stata la parte più difficile.

Ai bambini, infatti, è stata dedicata un’attività ludica utile a spiegare e mostrare, in parole più semplici, quello che noi avremmo guardato passo dopo passo attraverso l’utilizzo di enormi macchinari e di persone reali al lavoro.
Un processo produttivo affascinante che inizia dalle vasche di latte ricavato dalle fattorie che riforniscono la stessa Galbani, latte che viene accuratamente curato fin dall’alimentazione delle mucche.

Per me, che di latte e latticini sono stata ghiotta fin da bambina, vedere una vasca di 43 metri colma di latte che di tratto in tratto si trasforma nel “prodotto finale”, è stato un po’ come realizzare un sogno.

Ho osservato il latte cambiare di metro in metro in quello che sembrava essere un tempo velocissimo, ma che in realtà richiede una tempistica ben precisa e molto certosina (giusto per rimanere in tema di formaggi).
Il tutto costeggiando questi 43 metri fino alla sezione finale della vasca, dove ormai il siero del latte era stato completamente separato dalla cagliata.

Una cagliata che viene prima separata e poi raccolta in piccole vasche. Le stesse che, girate e rigirate per poter permettere l’estrazione del siero residuo, con le tempistiche corrette, dà vita a centinaia di forme di Certosa. Chebontà!
Inutile, anche, raccontare il mio sguardo davanti a tutto quel formaggio. Era più o meno simile a quando mi è capitato, in passato, di ritrovarmi davanti al mio cantante preferito durante un concerto.
Lacrime di commozione annesse.

Il passaggio successivo però fu invece decisamente più freddo.

Ho scoperto che per poter creare la Certosa il latte va lavorato ad una temperatura di circa 37 gradi e una volta ricavate le forme da due chili è necessario fermare il processo di acidificazione del formaggio. Anche solo per evitare che venga alterato il sapore del prodotto finale. E proprio questa è stata una delle parti più interessanti di tutto il percorso.

In base al prodotto da produrre (Certosa classica, Certosa Light, Certosa senza Lattosio), le tempistiche di raffreddamento sono molto differenti l’una dall’altra. Tempistiche che si concludono con il riposo del prodotto per sette giorni in alcuni bunker sempre all’interno dello stabile.

Dopo aver riposato arriva, invece, la parte “più facile”: il taglio, il confezionamento e il vestito finale con in evidenza il marchio di fabbrica (stampato su una carta che riporta nel dettaglio ogni momento del processo produttivo di quel singolo prodotto partendo proprio dalla mucca che ha prodotto quel latte).
Un rullo infinto di passaggi che termina nel momento stesso in cui vengono chiuse centinaia di scatole contenenti il prodotto finito, pronto per essere fornito ai rivenditori.

La visita è terminata con il ricongiungimento con i nostri bambini lasciati, pronti a farci conoscere tutto quello che avevano appreso in nostra assenza. Con tanto di dimostrazione finale dettata da un “prepariamo insieme la ricotta”.

E ricordo che, nonostante Cesare (al contrario mio e di suo fratello minore) non sia un grande consumatore di formaggi morbidi, non ha fatto nient’altro che raccontarmi – per tutto il viaggio di ritorno – quanto gli fosse piaciuta quest’esperienza e quanto si fosse divertito nel fare quella ricotta che tanto avremmo voluto assaggiare.

Un’esperienza che ha lasciato anche me senza parole nello scoprire quanto lavoro c’è dietro alla nascita della crescenza, nonostante sia composta da un solo ed unico ingrediente: il latte.

Un processo che ha soddisfatto tutte le mie domande di bambina e di adulta. 
Un processo che ha confermato il mio amore per questo specifico alimento, perché ho potuto constatare di persona quanta pulizia, precisione e attenzione c’è dietro ogni singolo pezzo di crescenza prodotta.

Una di quelle esperienze che si ripeterebbero altre cento volte e che ogni volta farebbero comunque rimanere a bocca aperta, con tanto di bava alla bocca.
Una di quelle che spero di rifare, magari insieme ad un figlio diverso, così da far capire quanto le cose semplici possano trasformarsi in qualcosa di buono e adatto a tutti.
Anche solo per far sì che comprendano che questo “tutti” coinvolge anche “loro”.

<Post in collaborazione con Galbani>

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